<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297</id><updated>2011-04-21T16:27:54.348-07:00</updated><category term='cous cous'/><category term='Cerlini'/><category term='famiglia'/><category term='Hafsia Herzi'/><category term='Abdel Kechiche'/><title type='text'>La discarica</title><subtitle type='html'>Immagini, idee, invettive, invenzioni</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>24</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-718165549563769245</id><published>2008-03-07T09:05:00.001-08:00</published><updated>2008-03-07T09:05:48.779-08:00</updated><title type='text'>Al mercoledì il cinema costa di meno: "Non è un paese per vecchi" (di Fabio Orrico)</title><content type='html'>Un piccolo paradosso: avrei voluto che “Non è un paese per vecchi” fosse stato girato da un regista con meno ambizioni e meno talento dei Coen. Uno che sappia fare fruttare una bella storia ma poco incline a metterci del suo. Merce rara al giorno d’oggi. Ecco, diciamo un redivivo Henry Hathaway o magari un nuovo Robert Mulligan. Non voglio essere ingeneroso con i due geniali fratellini. In effetti loro non fanno altro che seguire il canovaccio che un librettista d’eccezione come Cormac McCarthy (scrittore che, lo sapete, nel cuore di questa discarica regna incontrastato) gli sottopone, riservandosi solo la licenza poetica di un caschetto sulla testa del robotico Anton Chigurg alias Javier Bardem. E siamo arrivati alla mia unica riserva: perché quel taglio di capelli? Nell’opera di McCarthy Chigurg è un personaggio archetipico. Suoi fratelli sono il giudice Holden di “Meridiano di sangue” e il Lester Ballard di “Figlio di Dio”. Questi personaggi non sono semplici villain. Sono il male puro. Onnipresenti, indistruttibili, inclini a una filosofia distorta e a una logica deforme. Non solo non dovrebbero portare un caschetto come quello sfoggiato da Bardem nel film ma non dovrebbero quasi avere tratti somatici. Il taglio di capelli del Chigurg di celluloide lo apparenta molto di più a Tarantino che a McCarthy e introduce una nota di grottesco che sparge un po’ di scivoloso olio sulla tranquilla strada del film, peraltro gratificato, come si sa, da svariati oscar (e uno puntuale a Javier belli capelli). Detto questo, la scena del dialogo fra lo sceriffo Bell  interpretato dal sempre grande Tommy Lee Jones e l’amico paralitico è semplicemente splendida e, grazie alla fotografia del geniale Roger Deakins, i Coen ci regalano alcune delle più belle inquadrature del cinema moderno. Capita spesso, in questo film, che le persone trapassino dalla carne all’ombra. La loro fisionomia si radicalizza e disperde fino a diventare appunto, ombra. Ombre che parlano sullo sfondo di città e deserti irreali, loro stessi doppi fondi di una tragedia già consumata. È con questa sapiente economia dell’immagine che i Coen rendono giustizia a Cormac. Non con quel maledetto taglio di capelli.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-718165549563769245?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/718165549563769245/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=718165549563769245' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/718165549563769245'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/718165549563769245'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2008/03/al-mercoled-il-cinema-costa-di-meno-non.html' title='Al mercoledì il cinema costa di meno: &quot;Non è un paese per vecchi&quot; (di Fabio Orrico)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-3232595188995173385</id><published>2008-02-18T10:16:00.001-08:00</published><updated>2008-02-18T10:19:00.493-08:00</updated><title type='text'>Racconti: "Vite americana" di Gianfranco Franchi</title><content type='html'>Con grande piacere pubblichiamo un estratto dal nuovo e ancora inedito libro di Gianfranco Franchi, autore, com'è noto, a noi amico e sodale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VITE AMERICANA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lei è distesa sul divano, batte con le dita sul pavimento e guarda l’impianto stereo. Mi dedica uno sguardo incerto, socchiude le labbra ma non dice niente, sospira e poi scuote la testa. Maya vestida guarda per terra. Continuo a camminare per la stanza. Avanti e indietro. Ogni tanto mi siedo da qualche parte, m’accendo una sigaretta, bevo un goccio d’acqua. La bottiglia è ancora fredda. Rimango alle spalle del divano, perché sto pensando: adesso si leva i pantaloni, si leva le calze, si alza, viene verso di me, si leva la maglietta, si slaccia il reggiseno, scopiamo e magari mi passa. È sempre andata così, mi parte il neurone idiota e buonanotte, a tornare a dialogare c’è tempo e mica è detto che serva. È da un pezzo che stiamo così. Il fuoco se ne è andato e assieme ha sparecchiato qualche domanda. O forse non sono stato bravo abbastanza ad andarmene in tempo, neanche stavolta. E mi sono rotto i coglioni, c’è poco da girarci attorno. Lei invece non si spoglia. La chiamo, le dico vieni qua, non risponde. La fantasia si dissolve in un attimo, il tempo di andare di fronte al divano. Sta là, come una pianta che ha avuto troppa acqua, compiaciuta e un po’ stordita, gonfia. Distesa languida, che ascolta i Sigur Ros e la posa è necessaria. Mi avvicino, mi piego sulle ginocchia. Scricchiolano un po’, come la puntina d’un vinile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Ciao” – premo piano con l’indice sulla guancia. &lt;br /&gt;“Che succede…?”&lt;br /&gt;“Niente”. &lt;br /&gt;“C’è qualcosa che non va?”&lt;br /&gt;“No”. &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;T’ho detto no, non adesso, dai dopo, vediamo, aspetta un attimo, devo finire una cosa, domani dai, domani. Adesso non mi va, non lo so. E non pensi a nient’altro, te l’ho detto che non lo so e che non mi va. Dai adesso no. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Ti va di uscire?”&lt;br /&gt;“Non lo so…”&lt;br /&gt;“Cinema? Quattro passi? Pizza fuori?”&lt;br /&gt;“Non mi va…”&lt;br /&gt;“Cambio disco?”&lt;br /&gt;“E cambia…”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I Doors sono diventati accademia, i Radiohead non sono adatti al momento, i Blur prima maniera non la divertono più, allora no, e niente italiani che poi rubano i dialoghi e diciamo le parole che stiamo ascoltando, e niente Alice in Chains o Mad Season che non le vanno giù. Mi gioco i Deus del 1994.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Worst Case Scenario” è un disco complesso e cambia spesso ritmo e colore. Vediamo. Apro il cassetto del lettore cd, levo il disco dei Sigur Ros. Play.&lt;br /&gt;Lei non tiene la intro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Cos’è?”&lt;br /&gt;“I Deus”.&lt;br /&gt;“Chi?”&lt;br /&gt;“Forse conoscevi questa…”&lt;br /&gt;Telecomando. Digito 13. Secret Hell. Arpeggio gentile spaccacuore.&lt;br /&gt;Niente.&lt;br /&gt;“No. Nuovi?”&lt;br /&gt;“No”. &lt;br /&gt;“Capito”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi alzo in piedi, tiro una bestemmia ma non mi sente perché parlo praticamente sottotraccia, cammino fino in cucina, metto su un caffè. È il quarto e non ce n’era realmente bisogno, ma se non faccio qualcosa impazzisco. Non riesco a resistere, devo scappare da qua. &lt;br /&gt;Preparo, lei fa capolino dal divano, mi dice io due di zucchero come sempre, io prendo il sale e poi ci ripenso, rimango là a guardare la cuccuma che gorgoglia. Lei si sarà già distesa, e se mi sta guardando non serve.&lt;br /&gt;Intanto comincio a cantare con i miei amici belgi. “I’m in this state / kinda late / but tell me, don’t it look just great? / you / you should be haunting me / some drift get twisted before I even touch ‘em / you should be scaring me / but don’t I only scare myself? / so don’t I only scare myself?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Verso. &lt;br /&gt;“Tazza grande, tazzina?”&lt;br /&gt;“Tazzina”.&lt;br /&gt;“Non sono mai riuscito…”&lt;br /&gt;“Le tazze da burino te le bevi tu”.&lt;br /&gt;“…”&lt;br /&gt;“Lo sapevo! Te lo sei versato in quella della Roma. Che coatto…”&lt;br /&gt;“E vabbe’, succede. Meglio sicuramente de…”&lt;br /&gt;“E adesso ti sei offeso”. &lt;br /&gt;Non posso ascoltare i Deus se parliamo così.&lt;br /&gt;“No. Tieni, occhio che scotta”.&lt;br /&gt;“Grazie. Mi porti l’acqua?”&lt;br /&gt;Portatore d’acqua. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Tieni”.&lt;br /&gt;“Grazie”.&lt;br /&gt;“Mi dici che succede?”&lt;br /&gt;“Niente…”&lt;br /&gt;“No, no niente. Dimmi che c’hai…”&lt;br /&gt;“Ma niente, dai. Ho soltanto fatto un brutto sogno stanotte…”&lt;br /&gt;“Dimmi”.&lt;br /&gt;“Stavo a una festa con Claudia e incontravamo delle persone”.&lt;br /&gt;“E poi?”&lt;br /&gt;“E uno di questi era l’amico del mio ex ragazzo, quello che è andato in Germania a lavorare per la Kenwood…”&lt;br /&gt;“mmm”. &lt;br /&gt;“E mi diceva che non pensava di rivedermi più, che ero rimasta identica a tanti anni fa e che mi aveva pensato. Allora diventavo timida, come sempre, sorridevo e andavo in corridoio e là c’era uno specchio e nello specchio non c’ero io”.&lt;br /&gt;“E chi c’era?”&lt;br /&gt;“C’era Claudia”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che cazzo di sogno è? E neanche ho voglia di interpretarlo. &lt;br /&gt;“Strano, sì”. &lt;br /&gt;“Strano, no? Strano davvero. Mi sono svegliata con un po’ d’ansia, prima cosa che ho fatto stamattina è stata andare allo specchio”.&lt;br /&gt;“E c’era Claudia?”&lt;br /&gt;“Che scemo…”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Mi dai un bacio?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Mi sa che sei tu che c’hai qualcosa…”&lt;br /&gt;Mi gratto la barba di qualche giorno. &lt;br /&gt;“No. Sono solo un po’ stanco”.&lt;br /&gt;“Ce l’hai con me? È che oggi proprio non mi va… non so… se vuoi lo facciamo lo stesso ma non aspettarti niente…”&lt;br /&gt;“Va a ramengo, dai. Sta buona”.&lt;br /&gt;“Scusa…”&lt;br /&gt;“Non fa niente”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guardo fuori dalla finestra. Devo andare a bagnare le piante.&lt;br /&gt;Le faccio cenno, esco. Comincio dal fondo. Prima le bouganville, poi le ortensie e il gelsomino. Poi il rosmarino e all’altezza delle piante officinali appare lei. &lt;br /&gt;“Non è più come prima” – e ha un’aria un po’ diversa da prima. &lt;br /&gt;“No. Mi dispiace tanto però…”&lt;br /&gt;“Forse è colpa mia”.&lt;br /&gt;Passo al basilico.&lt;br /&gt;“No. Non è colpa di nessuno. Va così”.&lt;br /&gt;“Secondo te è meglio se non ci vediamo più, vero?”&lt;br /&gt;“Io non frequento le ex…”. &lt;br /&gt;“Già mi manchi…”&lt;br /&gt;“Immagino”.&lt;br /&gt;Timo. Poca acqua.&lt;br /&gt;“Vuoi una sigaretta?”&lt;br /&gt;“No”.&lt;br /&gt;“Forse è meglio solo che non ci vediamo qualche giorno…”&lt;br /&gt;“Forse”.&lt;br /&gt;Prezzemolo. Cresce.&lt;br /&gt;“Proviamo così? Il primo che ha nostalgia chiama?”&lt;br /&gt;Col cazzo.&lt;br /&gt;“Va bene. Ma torniamo soltanto se stiamo bene e vogliamo soltanto questo”.&lt;br /&gt;Salvia.&lt;br /&gt;“Ce l’hai con me, Guido?”&lt;br /&gt;“Non ce l’ho con te. Non ce l’ho con nessuno”.&lt;br /&gt;“Mi abbracci?”&lt;br /&gt;“Vieni qua. Sta attenta all’acqua”. Che già te ne ho data troppa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Stasera stiamo insieme lo stesso?”&lt;br /&gt;No. Te ne devi andare.&lt;br /&gt;“Dipende”.&lt;br /&gt;“Dipende?”&lt;br /&gt;“No, va. Meglio di no. Poi mi viene voglia di te e ci soffro”.&lt;br /&gt;Non è vero.&lt;br /&gt;“Capito”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Senti io vado, va bene dai, ho parcheggiato un po’ lontano però non voglio che mi accompagni, va bene vai, per favore davvero fammi scendere da sola e fammi andare da sola. D’accordo, rose e limone, cautela con l’acqua al limone, alzo la testa dai vasi, lei ha l’atteggiamento dei grandi momenti, è ferma sulla porta a vetri, mi dice ciao, dico ciao, mezzo sorriso, smozzica un sorriso anche lei, poi si volta prende e va. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa cazzo di vite americana non smette di crescere.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-3232595188995173385?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/3232595188995173385/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=3232595188995173385' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/3232595188995173385'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/3232595188995173385'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2008/02/racconti-vite-americana-di-gianfranco.html' title='Racconti: &quot;Vite americana&quot; di Gianfranco Franchi'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-4946413071331686675</id><published>2008-02-18T10:04:00.000-08:00</published><updated>2008-02-18T10:05:02.787-08:00</updated><title type='text'>Al mercoledì il cinema costa di meno: "L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" (di Fabio Orrico)</title><content type='html'>“L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford” diretto dall’australiano Andrew Dominik è, secondo chi scrive, uno dei film più importanti degli ultimi anni. La trama, in breve: giunto agli ultimi bagliori del suo crepuscolo criminale, Jesse James, fuorilegge già celebrato dalla stampa pulp dell’epoca, organizza l’ultima rapina al treno (sequenza strepitosa!). Robert Ford, il più giovane membro della banda, nutre per il bandito una venerazione che, scontratasi ben presto con l’indifferenza del capobanda, diventa disprezzo. Robert uccide Jesse a tradimento dando inizio, suo malgrado, al mito del “fuorilegge sociale” Jesse James, novello Robin Hood e raddrizzatore di torti nel vecchio sud. Niente di più falso, ovviamente. Se non lo si è capito, un film abbastanza povero drammaturgicamente, un’opera costruita sulla tenuta dei personaggi, sul senso del paesaggio, sullo scorrere di un tempo filmico sonnambolico, ipnotico. Procediamo per punti.&lt;br /&gt;La tradizione: “L’assassinio” è un film profondamente inattuale. Ha la concretezza e il fulgore di un osso primitivo, percorso da abrasioni e sbrecciature. Piove in un contesto cinematografico, quello statunitense, in cui l’unico cinema d’autore possibile (Eastwood a parte)  sembra identificarsi con i concetti di cinefilia, ironia, distanza critica, ammiccamento colto. Quindi non c’entra pressocché nulla con l’andazzo generale. Piove dentro un genere, il western, che, fatalmente e anche un po’ paradossalmente, sembra poter essere solo d’autore, sia nelle sue forme più deteriori (il brutto remake di “Quel treno per Yuma” di Mangold) che in quelle eccellenti (il solito Eastwood, Costner, il sorprendente Tommy Lee Jones), ma lo fa con l’umile arroganza di chi sa il fatto suo. Andrew Dominik è al secondo film, come il vecchio Cimino de “Il cacciatore”. Bella coincidenza. La sua inattualità lo colloca in una tradizione precisa del cinema americano, una tradizione che non può essere ridotta allo scenario western, seppure soverchiante. Si parte da Ford per toccare le sue antitesi Arthur Penn e Monte Hellman coi loro western diversamente spiazzanti e antiretorici e si arriva a Terrence Malick e ai suoi paesaggi che hanno lo spessore di grandi personaggi tragici. In mezzo due decenni (i ’60 e i ’70) in cui si riscrivevano le regole dei generi e a cui “L’assassinio” guarda col suo sguardo incrostato di malinconia e risentimento.&lt;br /&gt;Il tempo: La ragione del fascino  e della riuscita di questo film sta anche nel sapere raccontare le cose prendendosi il giusto tempo. Dominik dilata ed enfatizza le scene restituendoci un’epica del quotidiano che non sarebbe dispiaciuta a Raymond Carver. Ogni sequenza è girata da maestro, e in questo senso buona parte di merito bisogna darlo alla fotografia di Roger Deakins,  maestosa, abbacinante, ma senza mai rischiare l’oleografia o lo svolazzo “arty”.&lt;br /&gt;Le persone: o i personaggi. Dominik sembra essere un gran direttore di attori. Tutto il cast è straordinario e trova le sue punte di diamante nei fratelli Ford resi da Casey Affleck e Sam Rockwell. Ma straordinario è anche lo spettrale Jesse James di Brad Pitt (la coppa Volpi a Venezia era tutt’altro che immeritata). Menzione d’onore per il cameo di Sam Shepard, scrittore da noi amatissimo e qui strepitoso nel ruolo di Frank James, il fratello maggiore del protagonista. &lt;br /&gt;I personaggi: o le persone. Jesse James al cinema lo abbiamo visto tante volte: Tyrone Power in “Jess il bandito” di Henry King o Robert Duvall in “La banda di Jesse James” di Philip Kaufman. A noi è restato nel cuore “I cavalieri dalle lunghe ombre” con James e Stacy Keach nella parte dei fratelli rapinatori. Dominik è il primo a raccontarci un Jesse James del tutto privo di tentazioni romantiche e a descrivercelo come un criminale senza scrupoli. Prima di lui ricordiamo solo il personaggio tratteggiato da Valerio Evangelisti nei suoi grandi romanzi di ambientazione western “Black flag” e “Antracite”. &lt;br /&gt;Mi fermo. Credo che ne riparlerò tra qualche giorno.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-4946413071331686675?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/4946413071331686675/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=4946413071331686675' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/4946413071331686675'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/4946413071331686675'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2008/02/al-mercoled-il-cinema-costa-di-meno_18.html' title='Al mercoledì il cinema costa di meno: &quot;L&apos;assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford&quot; (di Fabio Orrico)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-395453653467872442</id><published>2008-02-18T09:35:00.000-08:00</published><updated>2008-02-18T10:03:59.025-08:00</updated><title type='text'>Al mercoledì il cinema costa di meno: Il Petroliere di Paul Thomas Anderson (di Simone Cerlini)</title><content type='html'>Daniel Pleinview, un cercatore d'argento marchiato da una assoluta solitudine, si spezza le gambe nelle mine, si rialza, si converte a cercatore di petrolio, adotta un bambino di un minatore morto per farne una bambola utile a intenerire i contadini, se lo porta con sé, fino in una sperduta e arida landa ai confini con la California, dove un oceano di petrolio aspetta qualcuno che lo succhi via dalla terra. E qui affronta la sua nemesi, un predicatore fanatico con cui inizia un gioco di reciproche umiliazioni, per concludersi nel sangue dopo trent'anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il petroliere, There will be blood il titolo originale, è forse il film più bello di questa stagione, per ora.  Il petroliere è un ossimoro. Non è un film commerciale, ma è un film spettacolare. Non è un film di facile visione, ma incanta. E’ un film epico, e parla di affetti familiari. E’ un film di un alessitimico brutale, ed è carico di tenerezza. E’ un film costruito su grandiose visioni, e tratta della parola. E’ un film sul capitalismo su cui si fonda l’America e dunque il mondo, ma racconta trent’anni di vita di una sola persona. E’ un film sul confronto tra verità e menzogna, ma non ci sono narrazioni vere o false. Ci sono i corpi che si fanno terra, e si impastano nel fango e nel petrolio, ma è un film di idee. E’ un film grandioso e imperfetto, dunque lo amiamo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è troppo. E il troppo disturba. C’è l’epopea di un uomo contro il mondo, c’è il confronto tra gli Dei e i loro portavoce per il controllo di altri uomini.&lt;br /&gt;C’è la sempiterna lotta tra la religione di Dio e la religione del progresso, viste entrambe come strumenti di alienazione, ma tra le quali, alla fine, risulta facile scegliere. C’è la sovrumana potenza della terra e del tempo. C’è il doloroso confronto con il proprio passato, dal rifiuto alla nostalgia. Ci sono i fratelli, il tema del doppio. C’è lo sfruttamento dell’infanzia. C’è la tenerezza del rapporto paterno. C’è l’amicizia tradita. C’è la mancanza di senso, c’è la lucidità preveggente. Troppo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E questo troppo per certuni è faticoso. Non per noi. Le due ore e trentotto corrono lasciandoci con gli occhi spalancati e la sensazione di assistere ad uno spettacolo raro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le montagne e i deserti sono stupefacenti e sublimi, schiacciano gli uomini nell’immensità dello spazio. Si susseguono quadri maestosi, dalle fiamme del pozzo alla visione del mare. I corpi diventano materia inerte, il sangue si mischia al petrolio e all’alcool e all’argilla e alla terra. Le parole diventano il vero punto focale: sono persuasione (il discorso del “venditore” Plainview è degno del monologo di Enrico V prima della battaglia di Azincourt), sono inganno nei sermoni del predicatore fanatico e sono dolore e amore nel mutismo del figlio e nella sua rassegnazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La meravigliosa colonna sonora, carica di ossessione e dolore, con le note sempre distoniche alle scene e mai didascaliche, accompagna la misantropia assoluta di Plainview e il suo cercare contraddittorio un legame al passato, alla radice, alla famiglia, in una vita che si è costruita fondata sulla sfida, nell’odio per l’umanità intera e nella rissa. La durezza brutale dei suoi rapporti si frastaglia nelle cure per un bambino che è insieme strumento per il successo e unico e disperato tratto di umanità e tenerezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il finale, crudo e liberatorio, ha il sapore di un atto di giustizia: l'inquadratura di Daniel Day-Lewis rosso e ubriaco, strofinato e indurito, che osserva quasi ammirato le ultime bugie di un viscido Paul Dano rimarrà a lungo impressa nella retina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bellissimo. Non riesco a non pensarci. In confronto la malattia di JeanDo è la risata di un nano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il petroliere (There Will Be Blood)&lt;br /&gt;Un film di Paul Thomas Anderson. Con Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Kevin O'Connor, Ciarán Hinds, Dillon Freasier, Colleen Foy. Genere Drammatico, colore 158 minuti. - Produzione USA 2007. - Distribuzione Buena Vista&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-395453653467872442?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/395453653467872442/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=395453653467872442' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/395453653467872442'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/395453653467872442'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2008/02/al-mercoled-il-cinema-costa-di-meno-il.html' title='Al mercoledì il cinema costa di meno: Il Petroliere di Paul Thomas Anderson (di Simone Cerlini)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-4851913995428939118</id><published>2008-02-07T04:23:00.000-08:00</published><updated>2008-02-07T05:05:38.896-08:00</updated><title type='text'>Al mercoledì il cinema costa di meno: Angel di François Ozon (di Simone Cerlini)</title><content type='html'>Ozon è un genio sbarazzino e coraggioso. Non ha timore a mescolare le carte, a creare minestroni stilistici, ad affrontare il kitch senza pudori, ma come puro oggetto di studio. Tratto da un romanzo del '57, scritto da una Elizabeth Taylor dal nome impegnativo e dall'invidia feroce per gli scrittori di successo, il film percorre la vita di Angel, orfana di padre nella Londra di inizio secolo, che vive con la madre una decorosa normalità. Ma lei sogna qualcosa di diverso. Sogna ricchezza, fama, l'amore romantico, vestiti sgargianti. E sogna con tanta forza da realizzare le sue pacchiane rêveries. Scrive, e con enorme successo. Si compra la villa chiamata "Paradise", oggetto delle sue fantasticherie infantili, si compra l'uomo che ama, si circonda di pavoni, gatti, pappagalli, cappellini improbabili. Poi la tragedia: il suo amore ritorna dalla guerra senza una gamba, infelice, e si suicida. Angel inizia un lungo tormentato declino, il pubblico le volta le spalle, scopre che l'uomo che amava aveva un'altra, con cui aveva avuto un figlio, una allucinata lucidità le fa riconoscere alla soglia della morte i veri affetti. &lt;br /&gt;Angel è un film finocchio. Non alla Derek Jarman o alla Fassbinder, intendiamoci, ma proprio frocio, di una frociaggine sbilenca e sfacciata. Angel è un'eroina gay, senza dubbio, di quei gay autoironici e pacchiani che amano Senso di Visconti e il melodramma. E lo è perché ricrea completamente la realtà in una finzione assoluta in quanto il mondo, così com'è, è inaccettabile. Ecco allora che l'antipatia della protagonista, bulletta sbruffona ignorante, senza talento e per di più di successo, si trasforma in tenerezza ed empatia, perché la sua vita è una ostinata e inveterata lotta donchichottesca con la realtà. Il film ha un vestito sfavillante e divertente, i richiami al cinema dei '50 e gli ammiccamenti kitch lo fanno godibile dall'inizio alla fine (la dichiarazione d'amore sotto il sole, la pioggia e l'arcobaleno, tutto insieme, è una sequenza favolosa, ma trattenete le risate, perché la vecchietta al vostro fianco è commossa davvero); ma ha un'anima tragica, e non per il deragliamento melodrammatico della trama, ma per il destino ineluttabilmente fallimentare del progetto di vita della protagonista: negare il mondo. C'è una scena che dà un briciolo di verità al film (senza esagerare, ovvio). Angel incontra la donna alla quale la sua cocciuta e insensata determinazione ha letteralmente scippato la vita. Le ha scippato però la paccottiglia, i segni finti ed esteriori. Quella donna la sovrasta perché, al contrario di lei, è autentica. Lasciatemi citare in ultimo il cameo della Rampling, capace di rendere eloquente l'assoluta e ostentata inespressività. Per me Angel è un film da non perdere. Andate al cinema, subito!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Angel - La vita, il romanzo (Angel)&lt;br /&gt;Un film di François Ozon. Con Romola Garai, Lucy Russell, Michael Fassbender, Sam Neill, Charlotte Rampling, Jacqueline Tong, Janine Duvitski, Christopher Benjamin. Genere Drammatico, colore 118 minuti. - Produzione Gran Bretagna, Belgio, Francia 2007. - Distribuzione Teodora Film&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-4851913995428939118?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/4851913995428939118/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=4851913995428939118' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/4851913995428939118'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/4851913995428939118'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2008/02/al-mercoled-il-cinema-costa-di-meno_07.html' title='Al mercoledì il cinema costa di meno: Angel di François Ozon (di Simone Cerlini)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-7678179644695278586</id><published>2008-02-07T03:41:00.000-08:00</published><updated>2008-02-08T00:27:26.861-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cous cous'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cerlini'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Hafsia Herzi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Abdel Kechiche'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='famiglia'/><title type='text'>Al mercoledì il cinema costa di meno: Cous Cous di Abdel Kechiche (di Simone Cerlini)</title><content type='html'>Slimane, sessantenne magrebino da una vita in Francia, lavora da 35 anni al porto. Non è produttivo, costa troppo, lo licenziano. E' separato, vive con la nuova compagna nell'albergo di lei, mentre la sua chiassosa e numerosa famiglia continua a trovarsi alla domenica per il rituale pranzone con nonne figli e nipoti. Decide di tentare il riscatto e investe la sua indennità di licenziamento in un'impresa impossibile: un ristorante di Cous Cous. &lt;br /&gt;Attenzione, perché questa roba qui non è Ken Loach. La filigrana sociale degli operai portuali e della comunità arabo francese di Marsiglia è piuttosto un contenitore, un ambiente, un paesaggio.&lt;br /&gt;Cous cous tratta della famiglia. E lo fa con stilemi claustrofobici, toni striduli e gracchianti, e chilometri di pellicola. Si sbadiglia, non tutto è chiaro, in certi momenti si prova fastidio fisico per le voci sempre eccessive, per l'ossessiva musica magrebina, per la fronte imperlata di sudore e le imperfezioni del corpo, per il testardo trascorrere dei minuti, per le torrenziali tirate isteriche delle donne. Poi si intuisce una fine tragica. Buio. Titoli di coda. Tutti a casa. E il giorno dopo ci si accorge che è successo qualcosa. Ci si ricorda del pranzo familiare come se ci fossimo stati anche noi e ci annusiamo le dita per cercarne tracce di pesce o della nafta del porto. Il cinema di Kelchiche apparentemente non fa mediazioni, non toglie nulla, non seleziona. Filma le cose che paiono accadere. Ci invita a vedere insieme a lui. O almeno così pare. Perché tutto sommato Kelchiche nella puzza di nafta e nell'aroma di cefali ci propone un operazione furbetta, dove a passare sullo schermo non è la realtà, alla quale saremmo dispostissimi a credere. Ma una immagine del mondo calcolata e costruita, che ci racconta una storia apparentemente tragica, ma in realtà a lieto fine, dove il successo nasce dal collaborare insieme per il bene comune, superando le liti da cortile e le passioni sanguigne del mediterraneo. &lt;br /&gt;Nella famiglia arabo-francese allargata ci riconosciamo tutti. Con pochi ritocchi il copione poteva trasformarsi in una storia di famiglie italiane e i moli di Sète, che a me fa venire in mente le fantasie lubriche di Brassens, potrebbero essere a Brindisi o a Taranto. Cous cous tratta della famiglia, e lo fa con sequenze a cui ci pare di avere da sempre assistito, a partire dalle domeniche e dalle feste comandate della prima infanzia. E così, indagando camera a spalla le rughe o la pancetta dei personaggi, i seni debordanti e la pelle arrossata, i denti gialli e i brufoletti, Kechiche ci frega, ci fa credere di guardare il mondo vero, ci seduce con richiami odori e sapori delle nostre stesse latitudini, poi ci porta nel suo mondo, e cerca di dirci qualcosa. Da vedere e rivedere la chiacchierata dei pensionati in veranda e l'interminabile pranzo familiare, che non lesina le mani sudicie di cibo, gli spruzzi e le lische di pesce tra i denti. Andate a vedere questo film, c'è molta più intelligenza di quello che sembra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cous Cous (La Graine et le Mulet)&lt;br /&gt;Un film di Abdel Kechiche. Con Habib Boufares, Hafsia Herzi, Faridah Benkhetache, Abdelhamid Aktouche, Bouraouïa Marzouk, Alice Houri. Genere Drammatico, colore 151 minuti. - Produzione Francia 2007. - Distribuzione Lucky Red&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-7678179644695278586?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/7678179644695278586/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=7678179644695278586' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/7678179644695278586'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/7678179644695278586'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2008/02/al-mercoled-il-cinema-costa-di-meno.html' title='Al mercoledì il cinema costa di meno: Cous Cous di Abdel Kechiche (di Simone Cerlini)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-6856512048846205096</id><published>2008-02-05T02:05:00.000-08:00</published><updated>2008-02-05T02:07:16.061-08:00</updated><title type='text'>Roberto Pagnani (di Domenico Settevendemie)</title><content type='html'>il poeta Domenico Settevendemie riferisce della mostra del pittore Roberto Pagnani&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dipinti di Roberto Pagnani.&lt;br /&gt;Mostra allestita da “Cadeart” presso studio legale Donelli ed associati, via Corrado Ricci 29 Ravenna. Mostra visitabile dal lunedì al venerdì ore 15.30/ 19.00 fino al 20 febbraio 2008.&lt;br /&gt;Presso gli stessi locali seguirà mostra dello scultore Riccardo Bottazzi di Ferrara dal 22.02.08.&lt;br /&gt;Per info: e-mail: ilariasx@hotmail.com.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da che mondo e tempo gli oggetti prestano indiscriminatamente il fianco alla mano dell’uomo. Succede ogni giorno, ad ogni ora della paga giornaliera smazzettata sull’unghia 24 volte, diurna o serale che sia, poco importa. Non paiono opporre alcuna forma di resistenza, di più, la stessa resistenza pare un concetto riducibile a dettaglio insignificante, ad insulsa dabbenaggine frutto di qualche inutile speculazione mentale se riferita agli oggetti. Sono il risultato dell’invenzione ma non hanno anima né sangue propri, quindi mancano di diritti e ancor prima di relazioni possibili, scaturibili, allora perché mai dovrebbero opporsi all’uomo. D’altra parte avete mai letto del suicidio tentato da uno spremiagrumi per la girandola di avvitamenti cui viene sottoposto? O della consensuale richiesta di divorzio tra un mouse e la tastiera di un computer dopo anni di onorato concubinaggio? No, certamente. E gli avvocati presenti non avranno difficoltà a confermarvelo. Io pure, che sono avvocato di breve corso, non posso far altro che dargli ragione. Discorso chiuso, caso chiuso perché mai aperto, quindi. Gli oggetti restino pure al loro posto, al posto da altri deciso per loro. Ottusi aggeggi, arrendevoli come sempre sono stati ed in balia delle nostre voglie. Non potrebbero fare altrimenti. La stilo di pregio rintanata entro una comoda bocchetta, la penna da pochi centesimi riversa invece sul tavolo priva di protezione, le posate ammonticchiate l’una sopra l’altra perché l’ossigeno ha altri a cui pensare, la caffettiera a troneggiare in mezzo ad un vassoio o lasciata al fondo di un lavabo in attesa della toeletta, e così via. Solo lo scopo ed il fine a presiedere ogni loro movimento, con l’utilità a correre su di un corpo rigorosamente senza fiato e gambe.&lt;br /&gt;Eppure i pittori da sempre si ostinano a volerli ritrarre, questi oggetti, con tale foga ed abnegazione, con tale arrogante cocciutaggine, fino quasi al punto di dolersi ed inveirvi contro per l’incapacità di questi ultimi a restare fermi in posa per tutto il tempo necessario a fissarli sulla tela. Quasi si muovessero per un improvviso crampo ai muscoli dovuto alla lunga imposizione della rigidità, al pari di un modello sfinito. Ma se gli oggetti non hanno sangue, se non hanno il folto acceso della spinta pilifera, se non soffrono la stanchezza, se non combinano cromosomicamente con il sudore, i sorrisi od il pianto dell’uomo, cosa scatena in chi li ritrae tanta devozione e pervicace fratellanza? Il semplice gusto del grottesco, dell’ingenuo divertissement? Puro esercizio di stile, nonsense marcato dal talento? O c’è dell’altro? Che sia quel ritorno alla vita insito nelle cose, in tutte le cose, anche le più inerti, spontaneo ed allo stesso tempo coniugato al paradiso di uno sguardo che in loro si specchia e vi vede attraverso? E’ sorprendente che alcuni uomini abbiano creduto di poter stabilire un rapporto vitale, quasi erotico tra sé e gli oggetti divenuti per tale via consorelle o amanti mai sazie, facendo semplicemente ricorso alla tavolozza dei colori. Altro che nature morte, la natura morta non esiste, parola di Cézanne, è la stessa pittura ad essere natura nella sua più ampia ed omnicomprensiva accezione, fino a superare gli angusti confini cui viene costretta dalla semantica, nulla può e deve escludersi, pena un inganno terribile che si compie a danno dei nostri sensi. Lui non fu certo l’unico a pensarla così, anche se il suo modo di esprimersi, tra una reprimenda vomitata nel privato del suo studio ed una pubblica ingiuria scagliata contro il mondo con la forza di mille giavellottisti, resta ancora oggi per certi aspetti insuperabile. I migliori esempi della figurazione contemporanea sono persino arrivati a dimostrare attraverso le loro opere dell’avvenuto azzeramento di distanze tra quanto è animato e quanto non lo è, nell’atto della sua espressione in arte. Espressione esaudita come un desiderio che si abbevera del proprio succo creativo man mano che la polpa s’ingrassa a spese del talento. Il cannibale che è in noi. Libagioni ricche di sostanza faranno allora aumentare a dismisura la sete dell’artista, boli di cibo scenderanno veloci, giù, fino alle caviglie, per risalire infine ai polpastrelli, dove dipingere si traduce in una tecnica del corpo e della mente insieme.&lt;br /&gt;Ecco il punto. E’ consentito dare degna figurazione degli oggetti a chi non si sia limitato a raffigurarli, avendoli vissuti pienamente. A chi abbia intrecciato con essi una relazione di solida mutualità. La forma avrà allora calore e colore equamente sparsi sulla tela, per mostrare come le cose si fanno cose senza alcun rapporto di subordinazione necessario nei confronti dell’uomo. A tale sintetico risultato è pervenuto, con un pizzico di sobria follia, Roberto Pagnani, il cui atto creativo e compositivo procede non dalla conoscenza artificiosa delle sue leggi, ma da una complicità illuminata e per nulla scaramantica verso quell’universo di presenze che siede con noi, che con noi quotidianamente mangia la stessa polvere. Attraverso il gesto del pittore, placide caffettiere accomodate su sghembi-lembi di tavolini, si aprono alla confessione più disparata. Come un balsamo contagioso il disegno si fa tramite dei loro ricordi più antichi che le vide ergersi a troni per vecchi re, reclinarsi dolcemente come belle conchiglie pettinate dalla salsedine o dilatarsi in chiglie prosperose. E’ il passato degli oggetti, la possibilità di una propria memoria non ridotta a silenzio né sottomessa. Ma pure il loro futuro. La caffettiera si anima, si sbraccia raccontando la sua storia, cambia di fattezze pur restando sul tavolo, e su di esso germoglia la concezione della linea e dei pieni come attributo positivo e proprietà caratteriale della materia non carnale di cui è fatta una comunissima moka. Il silenzio non è il fatale destino cui gli oggetti devono piegarsi, ma una pausa del respiro tra una frase e l’altra esattamente come lo è per noi. Roberto Pagnani, nei suoi fondali puntualmente color crema introduce il rilievo di una buffa macchinetta capace di tollerare con la stessa naturalezza le conversazioni tra umani seduti attorno a lei, ed il fuoco sopra cui viene fatta portare ad ebollizione. Ma non c’è nulla di visionario in tutto questo, al contrario è presente la tanta concretezza che caratterizza il ciclo di opere qui in esposizione, la concretezza dell’attenzione verso il quotidiano, dell’ascolto che avanza ed indietreggia senza freni come una fisarmonica al culmine della sua passione sonora, del pensiero che non si accontenta di abitare il solo visibile a lui consanguineo. E tutto ciò che dipinge è in risposta a questi stimoli. Il caffè rimane una curiosa bevanda da gustare da soli o in compagnia, la caffettiera quel prezioso alleato che te ne fornisce la possibilità. Nulla cambia quanto alle nostre abitudini. Per tutto il resto, beh, per tutto il resto dipende davvero da noi e dalla nostra voglia di non perderci in una semplice tazzina di caffè ma di trovarvi, magari solo per gioco, un intero mondo dentro tutto da scoprire. Con queste tele Roberto ha intrapreso il suo viaggio. E voi?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-6856512048846205096?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/6856512048846205096/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=6856512048846205096' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/6856512048846205096'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/6856512048846205096'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2008/02/roberto-pagnani-di-domenico.html' title='Roberto Pagnani (di Domenico Settevendemie)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-3568349006525108633</id><published>2008-01-26T01:58:00.000-08:00</published><updated>2008-01-26T07:51:57.036-08:00</updated><title type='text'>Meglio tardi che mai: "Underworld" di Don DeLillo (di Simone Cerlini)</title><content type='html'>Underworld è un capolavoro. Un’opera mondo: come l’Ulisse di Joyce, la Divina Commedia, i Cantos di Ezra Pound. Passarci attraverso è rivedere la nostra epoca, pensare al tempo, invecchiare. Scrivere di Underworld è come scrivere della vita. Dunque si devono cercare strategie nuove, non ci è permesso riciclare. Ho provato a individuare i nuclei di senso che mi parevano essenziali, e qui ne darò veloci titoli: i rifiuti e il senso; la bomba e il terrore; le razze e le parole; la rassegnazione e la pace; la storia e le vite. Poi mi sono accorto che questo lavoro non portava a nulla. Underworld va letto, e a ognuno dirà cose diverse. Dunque di Underwold dirò dell’emozione profonda che mi ha tenuto dentro riga per riga, e della nuova consapevolezza che mi ha lasciato. E cercherò di dirlo non nella forma raziocinante della recensione, ma piuttosto come un diario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;L’emozione&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Il lettore entra in Underworld e scopre che Underworld parla di lui, dunque anche di me. Delle persone che conosco, del mondo in cui abito.  Per intenderci provo a raccontare un aneddoto. Leggevo il capitolo nove della seconda parte. Leggevo dei pensieri di Marion, in un appartamento di una collega per l’incontro con l’amante. Capitemi, molti, se non tutti hanno vissuto un momento così. In un appartamento sconosciuto. Con una donna che vorremmo amare, ma la vita ce lo impedisce. E dunque io entro nei pensieri di Marion, in Underworld. E nei pensieri di Marion leggo i pensieri della donna che avevo amato, con cui avevo condiviso appartamenti clandestini. Come un’esplosione, un’epifania. E per qualche stranissimo meccanismo mentale non la intendo (ed è un intendere con chiarezza e precisione, un capire profondo), non la intendo solo nei momenti in cui io ero tra le sue braccia, in una identificazione talmente precisa da lasciarmi tramortito, senza fiato. Ma anche nei momenti in cui era con altri.  E voglio dire, era come se la vedessi, nei suoi incontri clandestini con un uomo che non ero io. E tutto mi si fa chiaro. Tutto prende forma. Nei pensieri di Marion ci sono i pensieri di tutte le donne in un appartamento clandestino tra le braccia dell’amante. Tutto il sapere segreto che noi amanti infelici aneliamo, con pedinamenti assurdi, cercando di sbirciare nella posta elettronica, nei messaggi del telefono. Tutto era lì. Davanti ai miei occhi. Letteralmente, nero su bianco. De Lillo ci smaschera. Ecco cosa fa, ci smaschera.  E dunque davanti a quelle pagine siamo tutti nudi. E’ inquietante. Entusiasmante e inquietante. Perché basta poco per rendersi conto che allora non ci siamo dentro a quel libro solo io e la mia ex amante. No, ci sono anche gli altri. Ci siamo tutti, dentro Underworld. C’è il mondo. C’è la vita. E c’è con una chiarezza e una precisione che ci costringe a vedere le cose con una nuova consapevolezza. Sbirciare negli angoli del romanzo è gettare lo sguardo negli anfratti più nascosti delle persone che ci sono vicine, è come un vederle dalla fessura della porta, quando non sanno di essere osservate e sono profondamente loro stesse. Underworld ci spoglia tutti, ci rende trasparenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;La consapevolezza&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Prima di incontrare Underwold, perché di questo si tratta, di un incontro, pensavo che il mondo fosse popolato di monchi. Ognuno di noi si lascia alle spalle cadaveri, amori negati, abbandoni. Camminiamo per le strade senza una gamba, o un occhio, come se nulla fosse. E il nostro zoppicare si vede appena, gli altri ci fanno appena caso, e non se ne interessano, perché chiedercene conto li mette nel rischio di essere interrogati a loro volta sulle loro menomazioni. Ma quella mancanza a noi è ben chiara. Ce la portiamo dentro come un handicap permanente. E dunque intendevo le persone a partire dalle loro mutilazioni.  Poi ho capito che guardavo la cosa dalla parte sbagliata. Ci aiuta a capire il mondo meglio l’eccesso che la mancanza. Le persone hanno tanta vita dentro di loro che non potremo mai capirle fino in fondo, perché non avremo mai l’intero mondo di eventi ed emozioni che fa di loro ciò che sono.  E il nostro sentirci freak, in una cosmica solitudine, o nemici del mondo, vittime deformi che abitano un Unterwelt dove la bomba è già scoppiata, dipende dal fatto che abbiamo dentro tanta vita, tanti riferimenti, tanti imprevedibili eventi, da farci singolari e inconoscibili. Per descrivere una sola delle nostre emozioni è necessario un libro come Underworld. E in Underworld questa consapevolezza arriva come una secchiata d’acqua gelida dopo ore di pioggia insistente. Non c’è una parola superflua, una linea narrativa da cui si possa prescindere. Il mondo si intreccia per regalarci l’emozione profonda e vera dei personaggi. E sentiamo di capirli fino in fondo perché il romanzo ce ne dà fino in fondo le ragioni. C’è un episodio in proposito che vorrei citare, di una forza espressiva e di un carico simbolico esemplare. E’ un regalo di compleanno: Nick e Marion su una mongolfiera, nel deserto, sorvolano una ciclopica opera di land art composta da centinaia di B52 dismessi. Provate a leggere Underwold. Poi a rileggerlo. Arrivate a quella pagina e sentirete l’emozione nei vostri canali lacrimali. E quell’emozione è chiara perché insieme alla visione mistica del deserto e dei bombardieri colorati trovate la bomba H, la storia, il terrore, i rifiuti, il senso, le parole, i silenzi, l’amore, il tradimento, l’infanzia, la famiglia, l’abbandono, la passione, la rassegnazione, la morte, la pace. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Underworld è un capolavoro. Di Underwold non si può parlare. Underworld va letto. E vi ficcherà la lingua in bocca talmente a fondo da trafiggervi il cuore.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Underworld, di Don DeLillo, Einaudi, 1999&lt;br /&gt;Titolo dell’opera originale: Underworld, 1997&lt;br /&gt;Traduzione dall’inglese: Delfina Vezzoli&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-3568349006525108633?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/3568349006525108633/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=3568349006525108633' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/3568349006525108633'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/3568349006525108633'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2008/01/meglio-tardi-che-mai-underworld-di-don.html' title='Meglio tardi che mai: &quot;Underworld&quot; di Don DeLillo (di Simone Cerlini)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-1010397816781901804</id><published>2007-12-29T10:30:00.000-08:00</published><updated>2007-12-29T10:33:58.402-08:00</updated><title type='text'>Bando di concorso</title><content type='html'>signori, come vuole la nostra breve tradizione non smettiamo di segnalare gli eventi che ci paiono interessanti, quindi ecco di seguito il bando del concorso promosso dalla deliziosa Ilenia Tenti, nostra futura collaboratrice&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;IL COMUNE DI BELLARIA IGEA-MARINA&lt;br /&gt;IN COLLABORAZIONE CON L’ASSOCIAZIONE ISOLA DEI PLATANI E L’ASSOCIAZIONE AGORA’ 2000&lt;br /&gt;BANDISCE :&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;10° CONCORSO A PREMI DI SCRITTURA AMOROSA&lt;br /&gt;DOVEVAMO SAPERLO CHE L’AMORE BRUCIA LA VITA E FA VOLARE IL VENTO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Regolamento:&lt;br /&gt;1. La partecipazione al concorso implica la piena accettazione del seguente regolamento.&lt;br /&gt;2. Il concorso è rivolto a tutti i cittadini italiani e stranieri senza alcun limite d’età.&lt;br /&gt;3. La partecipazione al concorso è completamente gratuita.&lt;br /&gt;4. La data di scadenza è posta al 31/01/2008; il materiale che perverrà dopo questa data non sarà preso in considerazione dalla giuria del concorso.&lt;br /&gt;5. Il concorso è suddiviso in due sezioni: una (definita sezione 1) per elaborati in forma di poesia o racconto breve editi e/o inediti in lingua italiana che abbiano come tema l’amore nelle sue più varie accezioni; una (definita sezione 2) riguardante la selezione di un commento ad una poesia scelta dalla giuria e sotto riportata nelle modalità che verranno espresse al punto 12 del regolamento.&lt;br /&gt;6. La giuria, il cui giudizio è unico e insindacabile, è unica per le due sezioni. Presidente della giuria è Umberto Piersanti, Professore presso l’Università di Urbino Facoltà di Lettere di Sociologia della letteratura, poeta pubblicato da Einaudi  e direttore della rivista “Pelagos”.&lt;br /&gt;7. Per la sezione-1-poesia ogni autore potrà inviare 3 componimenti di massimo 30 versi ciascuno.&lt;br /&gt;8. Per la sezione-1-prosa il limite massimo è di 150 (centocinquanta) parole nel qual numero saranno compresi articoli, congiunzioni, preposizioni. &lt;br /&gt;9. Ogni testo dovrà pervenire in forma dattiloscritta in numero di 4 copie.&lt;br /&gt;10.  Gli elaborati partecipanti al premio non saranno restituiti.&lt;br /&gt;11.  I primi 10 autori della sezione 1 vedranno le loro opere raccolte in un’antologia che porterà lo stesso nome del concorso edita da “Fara editore” e ne riceveranno in numero di 10 copie ciascuno il giorno della premiazione.&lt;br /&gt;12.  La sezione 2 prevede la premiazione del miglior commento scritto in versi o in prosa (massimo 15 righe dattiloscritte che dovrà pervenire in numero di 4 copie) del componimento “Come il vento del Nord rosso di fulmini” del lirico greco Ibico nella traduzione di Salvatore Quasimodo sotto riportato. La giuria esprimerà un giudizio premiando il commento più originale, emozionale e personale.&lt;br /&gt;13.  Anche il vincitore della sezione 2 vedrà il suo testo pubblicato nell’antologia sopra citata ricevendone 10 copie il giorno della premiazione.&lt;br /&gt;14. Gli autori premiati saranno avvisati per tempo attraverso telefono o comunicato stampa e sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione che avverrà il  17/02/2008 con modalità e in luogo da definirsi; coloro che non potranno essere presenti potranno delegare persone di loro fiducia per il ritiro del Premio assegnato.&lt;br /&gt;15.  Ogni elaborato spedito via posta deve giungere in busta chiusa accompagnato da un foglio contenente i seguenti dati personali: nome, cognome, data di nascita, residenza, recapito telefonico, professione al seguente indirizzo:  Concorso di scrittura amorosa “L’amore dura ancora”  Associazione Agorà 2000 via Vittorio Veneto, 400 47020 Longiano (FC).&lt;br /&gt;16.  Per l’invio con posta elettronica le cartelle devono contenere gli stessi dati sopra citati ed essere spedite a scrivilamore@fastwebnet.it&lt;br /&gt;17.  PREMI SEZIONE 1:&lt;br /&gt;- 1° Buono omaggio presso l’Agenzia Viaggi  Boari per un viaggio in destinazione a scelta di   chi lo utilizza.&lt;br /&gt;- 2° Soggiorno di un week-end a Bellaria-Igea Marina.&lt;br /&gt;- 3 °Cena per due persone &lt;br /&gt;18.  PREMIO SEZIONE 2:&lt;br /&gt;- Soggiorno di una settimana a Bellaria- Igea Marina&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;19.  Ai sensi dell'art.1° della L.675/96, si informa che i dati personali relativi ai partecipanti saranno utilizzati unicamente ai fini del concorso.       &lt;br /&gt;                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;     IBICO&lt;br /&gt;COME IL VENTO DEL NORD ROSSO DI FULMINI&lt;br /&gt;A Primavera, quando&lt;br /&gt;l’acqua dei fiumi deriva nelle gore&lt;br /&gt;e lungo l’orto sacro delle vergini&lt;br /&gt;ai meli cidonii apre il fiore, e altro fiore assale i tralci della vite&lt;br /&gt;nel buio delle foglie;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;in me Eros,&lt;br /&gt;che mai alcuna età mi rasserena, &lt;br /&gt;come il vento del Nord rosso di fulmini, &lt;br /&gt;rapido muove: così, torbido&lt;br /&gt;spietato arso di demenza, &lt;br /&gt;custodisce tenace nella mente&lt;br /&gt;tutte le voglie che avevo da ragazzo.&lt;br /&gt;                              &lt;br /&gt;                                                 Trad. Salvatore Quasimodo&lt;br /&gt;           &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Informazioni: &lt;br /&gt;Agorà 2000 tel. 329 3099&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-1010397816781901804?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/1010397816781901804/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=1010397816781901804' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/1010397816781901804'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/1010397816781901804'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/12/bando-di-concorso.html' title='Bando di concorso'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-8677931483330877665</id><published>2007-12-13T11:38:00.000-08:00</published><updated>2007-12-13T11:53:03.920-08:00</updated><title type='text'>Meglio tardi che mai: "Il circolo chiuso" di J. Coe (di Simone Cerlini)</title><content type='html'>&lt;em&gt;Circolo chiuso&lt;/em&gt; è il dichiarato seguito de “La banda dei brocchi” ed anzi sembra concepito per dare risposta alle domande che il romanzo precedente aveva lasciato irrisolte. Chi ha amato la saga della famiglia Trotter e del gruppo di amici della scuola King William di Birmingham potrà immergersi nuovamente nell’assuefazione da feuilleton a puntate, divertendosi a scoprire i rimandi e le citazioni interne, i piccoli indizi, disseminati con perizia lungo trent’anni di vita inglese (dai settanta al nuovo secolo). I piccoli indizi conducono alla soluzione di enigmi lasciati in sospeso nel primo romanzo: Claire trova il coraggio per scoprire che fine ha fatto la sorella Miriam, scomparsa misteriosamente. Phil Chase fa luce sull’episodio del boicottaggio dell’esame di fisica del compagno di colore Steve Richards. Benjamin scopre l’origine terrena del costume da bagno che lo salvò da sicura vergogna. Ma ancora più potente è la curiosità per le domande che il romanzo precedente come ogni romanzo lasciava al futuro di se stesso: quale futuro attende gli operai di Longbridge con il governo Tatcher e con il New Labour di Tony Blair? Quale sorte riserva il destino per Sean Harding il burlone, o per l’amore impossibile tra Cicely l’attrice e Benjamin il sognatore? Il romanzo porta a compimento tutte le linee narrative, e di fatto &lt;em&gt;chiude il circolo&lt;/em&gt;, dipingendo la vita adulta come un prolungamento delle aspirazioni dell’adolescenza, senza rottura reale, in un mondo consolatorio dove alla fine ciascuno ottiene ciò che vuole, ciascuno a modo suo. &lt;br /&gt;La macchia narrativa è dunque costruita come una sovrapposizione di gialli e di misteri, che trovano risposte spesso intuibili, a volte sorprendenti. Rimane, chiuso il libro, l’impressione di essere stati sapientemente ingannati, perché il desiderio di seguire l’intreccio conduce in un labirinto dove gli eventi diventano irrilevanti e traspare anche troppo smaccatamente il senso simbolico della saga, che cerca di redimere un’inventiva altrimenti da soap opera. &lt;br /&gt;I personaggi diventano a ben vedere se non simboli sicuramente caricature: ad esempio Paul, su cui ruota gran parte dell’intreccio, è lo stereotipo del parlamentare del nuovo millennio, per cui tutti i temi sono più grandi di lui, e aderisce alla politica per ambizione, per smania di riconoscimento e visibilità. Doug è il giornalista di successo, nel quale è troppo evidente, al limite del grottesco, lo scarto tra le proprie idee politiche senza se e senza ma (da buon figlio del proletariato industriale militante) e il proprio stile di vita venduto al lusso del migliore quartiere di Londra. &lt;br /&gt;Ma la chiave per tale ribaltamento di senso (dalla saga borghese alla denuncia politica) è nella figura misteriosa di Sean Harding, apparentemente comprimario, che infesta della sua chiassosa assenza tutte le pagine del romanzo. Sean Harding ci parla della fine dello spirito ribelle e rivoluzionario degli anni settanta, tradito in una forma sempre più estrema di conservatorismo. &lt;br /&gt;Per Coe l’Inghilterra a cavallo del duemila è ancora una terra della paura, dove ognuno, anche animato da buone intenzioni, vuole solo e semplicemente difendere il proprio recinto e condividere la propria vita con persone simili, con replicanti di sé, in un &lt;em&gt;circolo chiuso&lt;/em&gt;, dove l'altro è escluso. Il sentimento antirlandese degli anni settanta diventa scontro razziale; il fondamentalismo islamico, la retorica delle buone tradizioni antiche, il liberismo esapaerato sono opzioni in cui si maschera il rifiuto dell’altro e del diverso, il desiderio di vincere la paura chiudendo le porte ad ogni elemento destabilizzante, che minaccia il proprio ordine o l’ordine della propria comunità. &lt;br /&gt;C’è dunque evoluzione e non continuità con “La famiglia Winshaw”, dove più evidente era l’intento politico di Jonathan Coe: là era evidente, fin semplicistico, chi erano i cattivi e chi i buoni. Qui invece la differenza è più sfumata se le femministe di sinistra dure e pure sono pronte a difendere top manager senza scrupoli. E lo fanno andando a scavare nella melma della retorica più becera: “Devi imparare a vedere al di là della superficie delle persone, Patrick. Non si tratta solo di quello che fa la gente. Si tratta delle loro qualità umane”. &lt;br /&gt;Questa femminista inflessibile arriverà poi a convivere con un amore architetto nelle colline toscane, sorseggiando prelibato vino rosso insieme ai propri cari amici radical chic, in un mondo dove i veri proletari (pakistani o caraibici) sono tollerati, compresi, compatiti, aiutati, ma è meglio frequentarli il meno possibile. La paura dunque è la chiave anche per comprendere le vicende private dei protagonisti, che si muovono nella dialettica tra la vita famigliare e l’infedeltà, tra la responsabilità e il desiderio dirompente, tra il successo e la realizzazione personale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non esiste una terza via, e non si inventa nulla, né in politica né in amore. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Circolo chiuso&lt;/em&gt;, di Jonathan Coe, Feltrinelli, 2005&lt;br /&gt;Titolo dell’opera originale: Closed Circle, 2004&lt;br /&gt;Traduzione dall’inglese: Delfina Vezzosi&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-8677931483330877665?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/8677931483330877665/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=8677931483330877665' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/8677931483330877665'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/8677931483330877665'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/12/meglio-tardi-che-mai-il-circolo-chiuso.html' title='Meglio tardi che mai: &quot;Il circolo chiuso&quot; di J. Coe (di Simone Cerlini)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-505284826850518554</id><published>2007-12-13T01:43:00.000-08:00</published><updated>2007-12-13T01:50:08.203-08:00</updated><title type='text'>Meglio tardi che mai: "Bestie" di J.C.Oates (di Simone Cerlini)</title><content type='html'>Il professore Andre Harrow si scopa le sue studentesse con la complicità interessata della moglie. Il romanzo ci racconta di questo poligono dal punto di vista di una ragazza particolarmente dotata di sensibilità e bei capelli. Ad un primo impatto la lettura è piacevole per noi maschietti perché ci consente di immedesimarci in desideri mai sopiti del tutto: la seduzione di giovani studentesse con la complicità interessata della moglie. Ma questa gustosa identificazione con il docente dongiovanni si arena nella scoperta di una perversione da guardoni ed esibizionisti in cui noi lettori ci specchiamo con disgusto. La fantasia degli amplessi vari e multicolori con le ragazze finisce infatti in squallide polaroid sbattute nelle pagine di riviste pornografiche, in pose quasi didascaliche, che costringono a riconoscere modelli presi dall’abuso di sesso estremo dato da Internet, e che arriva alle foto agghiaccianti di Abu Grahib (individui a quattro zampe trascinati con collare da cane). Questa feroce presa di coscienza del limite del nostro desiderio (erotico in particolare) ha un impatto che colpisce allo stomaco, fa vergognare, annichilisce. Bestie è dunque romanzo sull’abuso (del proprio potere e del proprio carisma, ma anche dell’istinto, che diventa coatto e tiranno). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bestie è anche romanzo iniziatico, sull’adolescenza. La parabola della protagonista, che si racconta senza pietà in prima persona, è la parabola del riconoscimento della propria bestialità, ma anche della presa d’atto dei suoi limiti. L’infanzia conosce il mondo attraverso le convenzioni e le buone maniere, e  lo affronta con la vergogna e il pudore. L’adolescente sperimenta, riconosce il proprio essere carne e lo vive nell’ansia della scoperta. La maturità è la presa d’atto della propria identità, in cui il desiderio viene compreso nei suoi limiti e vissuto come tale. Non siamo di fronte ad una costruzione simbolica semplicistica, eretta su stereotipi: la coppia di perversi maniaci non è identificabile tout court con il male assoluto, anzi è un motore di educazione e coscienza. Non tutto quanto decanta Harrow, nella retorica della liberazione sessuale, viene abbandonato: nella maturità della protagonista si intravvede una scelta bisex,  che il cattivo maestro avrebbe approvato e promosso. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La negatività della coppia di adulti sta invece in un tradimento del proprio essere bestie (quindi innocenti), per il godimento dell’uso del potere, per un processo di mercificazione dei corpi, per una manipolazione colpevole. La fine è dunque nella distruzione dei maestri e dei padri, che dopo essere stati adorati e glorificati, vengono negati e uccisi per riscoprire la propria indentità. Il percorso di Gillian, la narratrice, è dunque il percorso di progressivo affrancamento: dalle convenzioni, prima, dalla manipolazione degli altri, poi. E’ dunque un percorso di libertà, nella sua accezione più propriamente femminile, un percorso di liberazione e purificazione nel fuoco. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il romanzo, nella sua brevità, ricorda le atmosfere noir di “Giro di vite” di Henry James: una progressiva caduta, un continuo avvilupparsi nella perversione più estrema, con la capacità di metterci in guardia, di creare specchi potenti, di rivelare le nostre profonde debolezze. Ed in questo meccanismo è possibile riconoscere un materiale narrativo volutamente denso, che colpisce nelle viscere, incanta, è capace di una denuncia non retorica, ma onesta. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per capire meglio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Xipe Totec: Divinità della mitologia tolteca, Dio della Terra e della Primavera, cui erano dedicati sacrifici umani crudelissimi: le vittime venivano spellate vive e la loro pelle veniva indossata dai sacerdoti. Questa divinità era il corrispondente maschile della Dea della fertilità Tlalolteotl, ed i sacrifici offerti avevano lo scopo di propiziare i raccolti nel periodo della semina.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quaalud: sostanza ipnotica &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parole chiave: noir, abuso, iniziazione, adolescenza, vergogna, innocenza, anoressia, sterilità, scoperta, droga, carne, desiderio, bestialità, fertilità, arroganza, oppressione, esibizionismo, pornografia, mercificazione, colpa, liberazione, distruzione, fuoco, arte, poesia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bestie, di Joyce Carol Oates, Mondadori, 2002&lt;br /&gt;Titolo dell’opera originale: Beasts, 2002&lt;br /&gt;Traduzione dall’inglese: Katia Bagnoli&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-505284826850518554?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/505284826850518554/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=505284826850518554' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/505284826850518554'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/505284826850518554'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/12/meglio-tardi-che-mai-bestie-di-jcoates.html' title='Meglio tardi che mai: &quot;Bestie&quot; di J.C.Oates (di Simone Cerlini)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-7316786374675464204</id><published>2007-12-11T01:28:00.000-08:00</published><updated>2007-12-11T01:29:23.634-08:00</updated><title type='text'>Su "Michael Cimino" di Giancarlo Mancini (di Fabio Orrico)</title><content type='html'>Tra i grandi registi americani del nostro tempo Michael Cimino è uno di quelli che può contare meno studi critici organizzati in monografie. Ricordiamo un volume edito da Falsopiano qualche anno fa dal titolo “America perduta” firmato da Roberto Lasagna e Massimo Benvegnù e un lontanissimo quaderno monografico dell’85 del quale non ricordo l’editore ma che ospitava al suo interno bei saggi, tra gli altri, di Claver Salizzato, Piera Detassis, Ermanno Comuzio. Questo testo di Giancarlo Mancini, semplicemente intitolato col nome del regista preso in esame si segnala, a mio avviso, come la migliore delle monografie finora pubblicate. &lt;br /&gt;Innanzitutto metto le carte in tavola: per Michael Cimino e il suo cinema io nutro una vera e proprio venerazione. I motivi sono tanti: la temperatura emotiva che si respira nei suoi film, l’intensità delle sue passioni, la densità del suo linguaggio, l’enfasi dilatata delle sue scene e dei suoi paesaggi. E poi le ossessioni: l’immigrazione, le mille razze e le mille lingue del suo paese, la bandiera americana che appare mossa dal vento nelle sue inquadrature ariose e lentissime, i rituali, le fragorose scene di ballo, gli amori e i duelli all’ultimo sangue. Il tempo passato dal momento in cui ho visto il libro di Mancini sullo scaffale e l’acquisto può essere misurato in nanosecondi. E davvero è stato un incontro felice perché quello di Giancarlo Mancini (critico giovanissimo tra l’altro: è del ’77) è uno splendido lavoro. Innanzitutto l’autore non si limita all’analisi delle opere del regista (che naturalmente c’è, ed è ottima), ma nei primi due capitoli del libro mette in relazione Cimino col cinema del suo tempo, con la sua generazione di colleghi, rilevando differenze e affinità e raccontando lo spaccato di un momento felicissimo e fertile del cinema americano. La nuova Hollywood battezzata da Arthur Penn e Sam Peckinpah (in fondo padri spirituali del grande Michael), la generazione dei movie brats che ha in Coppola la sua testa d’ariete per scardinare le porte del cinema dei padri, Friedkin, Bogdanovich, Hopper, Malick  sono alcune delle figure evocate che hanno dato vita insieme a Cimino a una delle fasi più straordinarie della storia di Hollywood, l’epoca in cui, parola di Robert Altman: “Sembrava possibile realizzare qualunque progetto”. E allo stesso tempo Mancini ci spiega come fosse diversa la formazione di Cimino rispetto a quella degli autori suoi coetanei. Studi di recitazione e architettura, apprendistato nel mondo delle pubblicità a sostituire il mare di ore passate dai giovani Scorsese e Spielberg e Milius a vedere film e discuterne. Cimino ribadisce sempre di non essere un cinefilo. Prima di Ford, Kurosawa e Visconti (la sua personale trimurti) ad appassionarlo sono stati Brunelleschi, Lloyd Wright, Degas e Nabokov. E d’altra parte troppo personale è sempre stata la lingua del suo cinema per non sospettare una formazione trasversale a tutto quanto. &lt;br /&gt;Altro pregio del libro è la carrellata, veloce ma precisa, sui progetti non realizzati del nostro, vera e propria filmografia parallela ma immaginaria che comprende un biopic di Dostoevskij (su sceneggiatura di Raymond Carver, scrittore la cui sensibilità è molto affine a quella di Cimino, aldilà delle etichette di “minimalista” e “epico”), un gangster-movie su Frank Costello, un mastodontico western sulla costruzione della ferrovia americana, l’agognatissimo remake de “La fonte meravigliosa” di King Vidor e tanti altri titoli fantasma che contribuiscono a riempire i cassetti di uno dei cineasti più geniali e disordinati di sempre. &lt;br /&gt;Il resto si sa: di Cimino si parla più per la sua megalomania che per il suo talento, e così la sua fitzgeraldiana parabola di gloria e declino è minuziosamente descritta. Gli esordi alla corte di Clint Eastwood (“Una calibro 20 per lo specialista” è un film bellissimo e struggente, di cui si parla troppo poco), gli oscar dell’epocale “Il cacciatore” e la debacle dello smisurato “I cancelli del cielo” (un capolavoro torrenziale pochissimo visto nella sua versione integrale di tre ore e mezza ed è l’unica versione che si può accettare), il ritorno con “L’anno del dragone”, la nuova caduta del “Siciliano” (un film da rivalutare!), gli arabeschi registici sulla tenue trama di “Ore disperate” e l’ultimo (per ora) viaggio nel commovente “Verso il sole” (ovvero come si fa un western nel nuovo millennio). Il libro non informa del corto girato da Cimino per il film collettivo “Chacun son cinema” presentato all’ultimo festival di Cannes. Si dice sia piuttosto deludente e la cosa non ci sorprende: a un regista come Michael è strutturalmente impossibile stare sotto le due ore. Figuriamoci vederlo alle prese con un cortometraggio. Nel frattempo, da quasi dieci anni, Cimino sta lavorando a una versione cinematografica de “La condizione umana” di Andrè Malraux. Sarebbe davvero un bel regalo poter vedere un film simile, ma probabilmente non lo vedremo mai. A differenza di grandi esiliati come Romero, Altman, lo stesso Coppola, Cimino non è mai più riuscito a tornare nelle grazie degli studios. Artista sedotta dall’eccesso e dallo spreco, Michael non ha mai concepito l’altalena produttiva che sposa il low budget al pieno controllo della macchina produttiva. Se Peckinpah ha dovuto subire per tutta la carriera i tagli dei produttori, se Scorsese ha dovuto alternare film personali ad opere su commissione, Cimino si è visto semplicemente costretto al silenzio e probabilmente adesso è davvero troppo tardi per tornare. Sembra la frase fatta di un pensionato ma il cinema americano non è realmente più quello di una volta. Chissà che risate si farebbe il grande Michael se mai trovasse la voglia il tempo il coraggio di vedere una roba tipo “300”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-7316786374675464204?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/7316786374675464204/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=7316786374675464204' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/7316786374675464204'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/7316786374675464204'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/12/su-michael-cimino-di-giancarlo-mancini.html' title='Su &quot;Michael Cimino&quot; di Giancarlo Mancini (di Fabio Orrico)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-2473398512050258216</id><published>2007-12-09T09:24:00.001-08:00</published><updated>2007-12-10T04:09:10.430-08:00</updated><title type='text'>Il grande carnevale americano: Horace McCoy (di Fabio Orrico)</title><content type='html'>Sono da poco usciti due libri diversamente interessanti. Hanno in comune il merito di avere ispirato due grandi film: mi riferisco a "Non si uccidono così anche i cavalli?" di Horace McCoy (da cui l'omonimo film di Sydney Pollack) e "I guerrieri della notte" di Sol Yurick (versione cinematografica griffata Walther Hill) e, notizia che ai più non interesserà, sono due titoli che l'estensore del presente pezzo aspettava con ansia da anni. Ebbene, il libro di Yurick non mi è piaciuto granché. Mi è sembrato un dramma sociale afflitto da scarso mordente e da molta retorica. Se aggiungete la postfazione dell'autore in cui si demolisce il capolavoro di sua maestà Walther potete immaginare come la guerra tra me e Sol sia ormai dichiarata. Quindi, se permettete, parliamo di Horace, del quale circola da anni un prezioso Einaudi dal titolo "Un bacio e addio" gran noir che comunque non raggiunge le vette di acuminato dolore e limpida amarezza di questo "Non si uccidono così anche i cavalli?": La storia si dipana in un lungo flashback. Robert Syverten narra in prima persona il suo incontro con Gloria Beatty, come lui in cerca di fortuna a Hollywood. Senza soldi e senza prospettive, soli, decidono di unire delusioni e guai e iscriversi a una maratona di ballo col miraggio di guadagnare i mille dollari di premio e, perché no, essere notati da qualcuno che conta nel corso della manifestazione. La competizione diventa ben presto un gioco al massacro. Robert e Gloria, e come loro altri disperati, ballano fino a sfinirsi sotto gli occhi di una giuria mostruosa e distratta, moderni gladiatori incitati da una folla come loro abbruttita dalla fame e dalla miseria e bisognosa di un po' di adrenalina per tirare avanti decentemente. L'esito sarà tragico.&lt;br /&gt;A "Non si uccidono così anche i cavalli?" sta molto stretta l'etichetta di romanzo noir che campeggia sulla bella copertina. Se proprio vogliamo trovargli una collocazione, allora McCoy figura meglio insieme al Nathanael West del "Giorno della Locusta" e al grande Fitzgerald dei bellissimi racconti di Pat Hobby o, perché no, al John Fante dei "Sogni di Bunker Hill". Tutte storie della mecca del cinema negli anni '30, di disillusioni e amarezze, di sconfitte e morte. McCoy, ingiustamente rinchiuso nel ghetto del genere, non è inferiore ai nomi citati. Moltissime le suggestioni partorite da questo romanzo. La storia è raccontato da un uomo che sta per morire e in dissolvenza vediamo apparire un paio di capolavori (e precisamente "La fiamma del peccato" e "Viale del tramonto") del peso massimo Billy Wilder (e non è peregrino riferirsi al cinema in un romanzo hollywoodiano dove a un certo punto fa capolino una "guest star" di nome Frank Borzage e in cui si parla di King Vidor e Rouben Mamoulian!), l'affresco dell'america post-grande depressione è agghiacciante come e più delle migliori pagine di Steinbeck e Caldwell e il grande circo messo in scena dagli organizzatori della maratona di ballo è una bella e terribile immagine simbolo, capace di sintetizzare il grande carnevale americano. Sulla stessa pista si muoveranno il Robert Altman di "Nashville" e il Peckinpah de "L'ultimo buscadero" (nella bellissima scena della parata che precede il rodeo), per non parlare della lungimirante anticipazione della febbre da reality show che ormai sembra aver contagiato tutto il mondo che si vuole civile.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-2473398512050258216?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/2473398512050258216/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=2473398512050258216' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/2473398512050258216'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/2473398512050258216'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/12/il-grande-carnevale-americano-horace.html' title='Il grande carnevale americano: Horace McCoy (di Fabio Orrico)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-2119929389341354256</id><published>2007-12-09T08:50:00.000-08:00</published><updated>2007-12-09T08:52:59.188-08:00</updated><title type='text'>Un paese di merda (di Fabio Orrico)</title><content type='html'>Siamo alle solite. Daniele Luttazzi che, secondo chi scrive, è nè più nè meno che il più grande comico italiano (e molti, qui a bottega, la pensano come chi scrive) è stato messo alla porta anche da La 7, la rete che, da cinque settimane, trasmetteva il suo "Decameron", probabilmente l'unica cosa degna proposta dalla televisione in questo preciso momento storico. Reo di aver insultato Giuliano Ferrara, Luttazzi subisce l'ennesima epurazione e viene nuovamente imbavagliato. In breve: non è vero. Luttazzi non ha insultato nessuno. La sua battuta non è tecnicamente un insulto. Ferrara invece, di persone, ne ha insultate parecchie, anche e soprattutto nella sua trasmissione quotidiana su La 7, e lui, statene certi, rimarrà al suo posto per molto tempo ancora. Questa nel 2007 è la situazione: non c'è libertà di parola, la televisione è una fogna indescrivibile, viviamo in un paese di merda, una classe politica ottusa e razzista reagisce allo sfacelo che tutti ci travolge semplicemente osservandolo. Guai a dirlo in giro. Scusate, il mio è uno sfogo a caldo. Aggiungo una cosa: oltre a essere, come dicevo, un comico enorme (oggettivamente più grande di Woody Allen per esempio, e pari a Jerry Lewis, per capacità d'invenzione almeno e non per altre affinità) Luttazzi, per eccesso di talento, è anche uno dei più grandi scrittori italiani. "Adenoidi", tanto per fare un titolo, è letteratura, molto più del Buttafuoco sponsorizzato da Ferrara. Ma non c'è pericolo: Luttazzi è tornato a tacere. Che paese di merda.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-2119929389341354256?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/2119929389341354256/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=2119929389341354256' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/2119929389341354256'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/2119929389341354256'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/12/un-paese-di-merda-di-fabio-orrico.html' title='Un paese di merda (di Fabio Orrico)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-3790017700388554354</id><published>2007-10-13T08:24:00.000-07:00</published><updated>2007-10-13T08:26:53.049-07:00</updated><title type='text'>Recensioni: "Pagano" di Gianfranco Franchi (di Fabio Orrico)</title><content type='html'>Io non conosco Gianfranco Franchi. Almeno, non lo conosco di persona. Con lui ho avuto solo qualche scambio di mail, non so che faccia né che voce abbia. Penso di poter dire che tra noi c’è una stima reciproca cresciuta all’ombra delle cose che abbiamo scritto. Per quanto mi riguarda, dopo la lettura del suo primo romanzo “Pagano” questa stima è, se possibile, aumentata. Un paio d’anni fa c’era già stato il bellissimo “Disorder”, raccolta di racconti rivoluzionaria per stile e struttura, un libro che attraversava piani e campi diversi, con assoluta disinvoltura. Dopo quella sorta di decamerone postmoderno, adesso Franchi ci propone un romanzo che è anche tante altre cose: saggio, pagina di diario, pamphlet, autobiografia (non) autorizzata, sfogo e invettiva. Non è di quei libri che si possono riassumere “Pagano” semplicemente perché non racconta niente. E (quindi) racconta tutto. Gianfranco Franchi mette in scena sé stesso (cosa che in letteratura accade sempre più spesso ultimamente. Un titolo su tutti: lo straordinario“Troppi paradisi” di Walter Siti, ma il personaggio Franchi è infinitamente meno romanzesco del personaggio Siti) e ci racconta la sua vita, il suo spaesamento, la sua rabbia, la sua fragilità. Si parla di precariato, in questo libro, si parla di cose tremendamente concrete come la fatica di arrivare alla fine del mese, la difficoltà immensa di prendere in mano e condurre la propria vita, si parla, insomma, di ciò che oggi è importante. Di ciò che ci riguarda tutti, anche se è veramente duro da ammettere e riconoscere. &lt;br /&gt;“Io non ho storie da raccontare” dice Franchi nel suo libro. Sbagliando. Perché in realtà si è preso l’ingrato incarico di raccontare la storia più scomoda, quella di un popolo e di un paese messo di fronte alla propria regressione. Nella letteratura del precariato di oggi, tra i Desiati e i Bajani, Franchi ha un posto non secondario e sicuramente si colloca su posizioni più estreme, scontrose, ustorie. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Pagano”, edizioni il Foglio, Piombino 2007&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-3790017700388554354?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/3790017700388554354/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=3790017700388554354' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/3790017700388554354'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/3790017700388554354'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/10/recensioni-pagano-di-gianfranco-franchi.html' title='Recensioni: &quot;Pagano&quot; di Gianfranco Franchi (di Fabio Orrico)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-6003641560620216288</id><published>2007-10-07T07:15:00.000-07:00</published><updated>2007-10-07T07:23:44.441-07:00</updated><title type='text'>La punta della lingua (di Fabio Orrico)</title><content type='html'>Di seguito programma del festival di poesia "La punta della lingua" organizzato in quel di Ancona dall'associazione culturale Nie Wiem con la direzione artistica dell'amatissimo (da noi della redazione e non solo) poeta marchigiano Luigi Socci. Ci sono anche due parole di presentazione dello stesso Luigi che, oltre a scrivere poesie bellissime, è anche un uomo assai simpatico (e che lavora troppo). Riassumendo: da giovedì 11 ad Ancona. Chi non ci va è pazzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rieccoci a parlare di poesia con questa seconda edizione del nostro &lt;br /&gt;festival. Ancora una volta cerchiamo di farlo senza cadere in sterili &lt;br /&gt;accademismi, evitando la trappola dell’autoreferenzialità e &lt;br /&gt;dell’orgoglio isolazionistico, con un approccio il più possibile &lt;br /&gt;laico.&lt;br /&gt;Certo, nell’epoca dell’utilitarismo a tutti i costi la poesia sembra &lt;br /&gt;essere finita irreversibilmente fuori dai giochi. Comprensibili &lt;br /&gt;dunque le tentazioni di rivendicarne la supremazia, la diversità e &lt;br /&gt;l’irriducibilità alle logiche correnti, sottraendola al confronto, &lt;br /&gt;alla discussione e, in definitiva, alla critica.&lt;br /&gt;E se, molto novecentescamente, tutto questo rappresenta “ciò che non &lt;br /&gt;siamo e ciò che non vogliamo”, quale sia la pars construens è presto &lt;br /&gt;detto: basta una sbirciatina al programma di questa nostra tre giorni &lt;br /&gt;per rendersene conto.&lt;br /&gt;Siamo per una poesia che non guardi al mondo dall’alto della propria &lt;br /&gt;splendida torre d’avorio ma che sia disposta a scendere a patti con &lt;br /&gt;la realtà e a dialogare, a contaminarsi e intrattenere commerci con &lt;br /&gt;le altre arti, discipline, modalità espressive.&lt;br /&gt;Si spiega così, allora, la presenza di una sezione dedicata ad &lt;br /&gt;un’arte completamente nuova come quella della video-poesia, i cui &lt;br /&gt;precedenti (poesia visiva, video-arte e net-art) non hanno esaurito &lt;br /&gt;le infinite potenzialità offerte dall’abbinamento di immagini e &lt;br /&gt;parola scritta o detta.&lt;br /&gt;Continuiamo inoltre a guardare alle esperienze più significative &lt;br /&gt;della poesia italiana contemporanea, con l’illustre presenza di &lt;br /&gt;Vivian Lamarque (campione di qualità e di vendite), Aldo Nove, &lt;br /&gt;Giovanna Marmo e lo sguardo alle più recenti tendenze e generazioni &lt;br /&gt;poetiche, con la presentazione del nuovo Quaderno di Marcos y Marcos.&lt;br /&gt;E se anche abbiamo voluto lasciare fuori, per una volta, la gara di &lt;br /&gt;poesia ad alta voce del poetry slam, questo appuntamento rientrerà &lt;br /&gt;dalla finestra di Palazzo Camerata, dove verrà presentata &lt;br /&gt;un’antologia con i migliori specialisti europei di questa disciplina, &lt;br /&gt;durante il convegno sulla presenza della poesia nei nuovi media.&lt;br /&gt;Ultima non ultima, segnaliamo la presenza del talentuoso musicista &lt;br /&gt;Egle Sommacal, chitarrista che ha militato nella cult band dei &lt;br /&gt;Massimo Volume, più di ogni altra disponibile ad ibridare testi di &lt;br /&gt;alto valore letterario e rock di ricerca.&lt;br /&gt;Nella consapevolezza che la poesia non cambierà il mondo, ci &lt;br /&gt;auguriamo che possa almeno rappresentare un’occasione di ascolto, &lt;br /&gt;dialogo, riflessione e, perché no, di divertimento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Direzione artistica:&lt;br /&gt;Luigi Socci&lt;br /&gt;Coordinamento e comunicazione:&lt;br /&gt;Valerio Cuccaroni&lt;br /&gt;Organizzazione:&lt;br /&gt;Ass. Cult. NIE WIEM onlus&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In collaborazione con:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Regione Marche&lt;br /&gt;Provincia di Ancona&lt;br /&gt;Comune di Ancona&lt;br /&gt;info&lt;br /&gt;www.niewiem.org&lt;br /&gt;info@niewiem.org&lt;br /&gt;339.6185682&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Grazie a: Hangar Cult Lab&lt;br /&gt;Progetto grafico: Enzo Ferrara&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovedì&lt;br /&gt;11. La poesia che si vede&lt;br /&gt;HANGAR CULT LAB H 21:30&lt;br /&gt;Andrea Cortellessa  &lt;br /&gt;presenta una concentrata selezione del materiale in gara al concorso internazionale di video-poesia “Doctor Clip” (2005 e 2006) . In collaborazione con “Roma Poesia”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sabato&lt;br /&gt;13. Cambiare canale?&lt;br /&gt;“La poesia dentro e fuori dai libri nell’epoca dei nuovi media”&lt;br /&gt;PALAZZO CAMERATA H 17:00&lt;br /&gt;Andrea Cortellessa presenta la collana di poesia “Fuori Formato” da lui curata per Le Lettere di Firenze. &lt;br /&gt;Laura Pugno, legge alcuni testi dal volume Il colore oro. Proiezione foto di Elio Mazzacane.&lt;br /&gt;Sparajurij Lab presenta l’Antologia europea del poetry slam (ed. No Reply).&lt;br /&gt;Letture di Luigi Socci.&lt;br /&gt;Andrea Inglese parla delle opportunità e dei limiti della poesia in Internet.&lt;br /&gt;Introduce e modera Valerio Cuccaroni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poeti da antologia&lt;br /&gt;MERCATO DELLE ERBE H 21.30&lt;br /&gt;L etture di Vivian Lamarque, Aldo Nove e Giovanna Marmo.&lt;br /&gt;Interventi musicali di Egle Sommacal.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domenica&lt;br /&gt;14. In Libreria &lt;br /&gt;LIBRERIA FELTRINELLI H 11.00&lt;br /&gt;Franco Buffoni presenta Più luce, padre. “Dialogo su Dio, la guerra e l’omosessualià” (Luca Sossella ed.).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La nuova poesia&lt;br /&gt;MERCATO DELLE ERBE H 21.30&lt;br /&gt;Presentazione del Nono quaderno italiano di poesia contemporanea (ed. &lt;br /&gt;Marcos y Marcos, 2007)&lt;br /&gt;Introduce il curatore Franco Buffoni.&lt;br /&gt;Intervengono Francesco Scarabicchi e Renata Morresi.&lt;br /&gt;Letture di Alessandro Broggi, Maria Grazia Calandrone,  &lt;br /&gt;Massimo Gezzi, Marco Giovenale, Luciano Neri e Giovanni Turra.&lt;br /&gt;Chitarra solista: Egle Sommacal&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-6003641560620216288?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/6003641560620216288/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=6003641560620216288' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/6003641560620216288'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/6003641560620216288'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/10/la-punta-della-lingua-di-fabio-orrico.html' title='La punta della lingua (di Fabio Orrico)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-4133829192585594302</id><published>2007-10-06T07:40:00.000-07:00</published><updated>2007-10-06T07:50:55.719-07:00</updated><title type='text'>Il nome giusto</title><content type='html'>Eccolo la il reggicalze… ora la mise era perfetta. Si guardava allo specchio mentre pettinava i lunghi capelli rossi con la calma languida di quando si gode il gesto. Le piaceva il riflesso lucido dei capelli che si imprigionava e liberava continuamente nello specchio. Le rughe c’erano, inutile negarle, coprirle, appianare la faccia con l’asfalto morbido dei trucchi. Del resto le donavano un po’ i segni sul viso, le occhiaie erano ancora ad un livello di ampia fascinazione. Si chiedeva quando da un giorno all’altro le avrebbe trovate repellenti. Quando una ruga da strumento di fascino diventa indicatore di riserva, di benzina in esaurimento? Ed è solo la profondità nella pelle? Il mistero del suo volto continuava ad estasiarla. Intanto aveva pensato il nome giusto. Quella sera il nome giusto era Mario. Se lo sentiva. Da circa un mese si divertiva in questo gioco. Sceglieva a priori il nome dell’uomo giusto per la serata e si imponeva di non concedersi ad altri che a quel nome e al corpo che portava in consegna. Da circa un mese dunque falliva piacevolmente le promesse che si prefiggeva. Quella sera se lo sentiva, avrebbe trovato un Mario capace di farla divertire. &lt;br /&gt;Finito allo specchio completò la vestizione con una giacca di pelle nera che le copriva a malapena la pancia, si diede un’ultima occhiata prima di uscire e si avviò alle scale. La primavera stava esplodendo e le strade erano piene di giovani trasportati come pollini dall’aria tiepida. Dopo due Andrea, un Marco, un Graziano e un Loris, si arrese al primo Riccardo che le capitò, ammaliata dal portamento un po’ sgraziato e dagli occhioni neri color caffè 100% miscela arabica. Si fece condurre da Riccardo in un posto fresco, così le disse. Dopo aver armeggiato un po’ con degli strumenti che lei non aveva mai veduto, Riccardo riuscì ad aprire la saracinesca e la porta della vecchia macelleria di via Mezzofanti.  Si distesero sui banchi gelidi e fu presa tra quarti di bue ancora freschi e costicce gia pronte per il giorno dopo. Per essere un Riccardo se la cavava bene pensò. I fanali delle macchine in strada illuminavano di tanto in tanto la scena. Mentre si stava rivestendo sentì quello strano formicolio, forse svenne. Non riuscì mai a capire probabilmente di essere stata sventrata e appesa alla parete come un quarto di bue gocciolante. L’unica cosa che riusci a pensare fu. “Riccardo non è proprio il nome giusto”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-4133829192585594302?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/4133829192585594302/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=4133829192585594302' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/4133829192585594302'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/4133829192585594302'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/10/il-nome-giusto.html' title='Il nome giusto'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-1650130971369447283</id><published>2007-10-01T09:06:00.000-07:00</published><updated>2007-10-01T09:09:20.805-07:00</updated><title type='text'>La preghiera del macrobiotico</title><content type='html'>Cibo nostro che sei nei piatti&lt;br /&gt;sia santificato il tuo inodore e il tuo &lt;br /&gt;insapore&lt;br /&gt;venga il tuo ritegno&lt;br /&gt;e sia fatta la giusta quantita'&lt;br /&gt;come in &lt;br /&gt;vitro cosi in serra,&lt;br /&gt;dacci oggi il nostro miso quotidiano&lt;br /&gt;e rimetti a &lt;br /&gt;noi i nostri sorbetti&lt;br /&gt;come noi li rimettiamo ai nostri detrattori&lt;br /&gt;e non &lt;br /&gt;ci indurre indigestione &lt;br /&gt;ma liberaci dal sale&lt;br /&gt;amen(o che.......)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paolo Vachino&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-1650130971369447283?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/1650130971369447283/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=1650130971369447283' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/1650130971369447283'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/1650130971369447283'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/10/la-preghiera-del-macrobiotico.html' title='La preghiera del macrobiotico'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-3144460646900560633</id><published>2007-09-26T14:12:00.001-07:00</published><updated>2007-09-26T14:14:02.045-07:00</updated><title type='text'>Meglio tardi che mai 2: "Il paese dove non si muore mai" di Ornela Vorpsi (di Fabio Orrico)</title><content type='html'>Davvero un bell’esordio questo Il paese dove non si muore mai. Un romanzo o più propriamente un libro di memorie, una serie di racconti che traccia il mosaico di un’infanzia. La quarta di copertina propone un paragone con Agota Kristof, la grande autrice de La trilogia della città di K. La prosa di Ornela Vorpsi, trentottenne scrittrice albanese, in realtà non somiglia molto a quella della Kristof, non ne ha la scheletrica potenza e l’implacabile incedere. Ad accomunarla alla grande ungherese è semmai la capacità di inquadrare i propri ricordi d’infanzia con una pressoché totale assenza di pietas, l’urgenza quasi dolorosa della scrittura e, non ultimo, il destino di scrivere e comunicare in una lingua straniera. Il paese dove non si muore mai è stato scritto, infatti, in italiano. La terra che, come vediamo nell’ultimo capitolo del libro, ha per prima accolto l’esilio della Vorpsi (“A quanto scopi?” sono le prime parole rivolte alla madre dell’autrice da un indigeno) è appunto l’Italia. Ma il paese dove non si muore mai evocato dal titolo è l’Albania, un bizzarro e rituale mondo a parte abitato da uomini indistruttibili e da donne pericolosamente fragili. A impressionare nel libro è lo sguardo diretto e senza filtri della Vorpsi, fin dalla più tenera età ossessionata dalla questione della “puttaneria”, il teorema albanese che sancisce che “una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è.” Il sesso e la paura del sesso insieme alla pervasiva presenza della Madre-partito sono gli estremi in cui si gioca l’avventura umana dei personaggi che popolano il libro: “Quando il marito era via per affari o in prigione, si diceva alla donna che non avrebbe fatto male a ricucirsi un po’ là sotto, in modo da convincerlo che avrebbe aspettato lui e soltanto lui, e che la sua dolorosa assenza le aveva ristretto lo spazio fra le cosce (in questo paese il marito ha un istinto molto sviluppato della proprietà privata)”. &lt;br /&gt;Sorta di controeducazione sentimentale al tempo della dittatura, il libro della Vorpsi ha la solida bellezza delle cose semplici e profonde e, in alcune pagine, una forza ustionante che, crediamo, è eredità della rabbia di chi scrive sulle proprie viscere. L’attacco del secondo capitolo è una delle cose più cosmicamente dolorose e definitive che ci sia mai capitato di leggere (in effetti definirlo “bello” ci fa sentire un po’ in colpa): “Avevo sei o sette anni quando mi strinsi forte a mia madre capendo con terrore che lei, mia madre, la chiave di tutto, era impotente”.&lt;br /&gt;Il paese dove non si muore mai potrebbe essere il negativo femminile di un grande libro del passato Le botteghe color cannella di Bruno Schulz. Là era il padre al centro di un mondo infantile e incantato, qui è la madre in una terra pesante e concreta, là era un infanzia sulfurea, scandita con ostinata alternanza da immagini angeliche e infernali, qui il succedersi di episodi sinistramente esilaranti, in cui la barbarie della politica si è fatta carico di far scomparire ogni traccia di mito e nostalgia. In tutti e due i casi, due scrittori che sanno dirci qualcosa sul proprio paese, sulla propria condizione di esseri umani immersi nel loro tempo e, allo stesso tempo e senza moralismi, sulla letteratura.&lt;br /&gt;Per chiudere con le parole di Ornala Vorpsi: “Siamo in Albania, qui non si scherza”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-3144460646900560633?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/3144460646900560633/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=3144460646900560633' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/3144460646900560633'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/3144460646900560633'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/09/meglio-tardi-che-mai-2-il-paese-dove.html' title='Meglio tardi che mai 2: &quot;Il paese dove non si muore mai&quot; di Ornela Vorpsi (di Fabio Orrico)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-8707310434602271438</id><published>2007-09-26T14:07:00.000-07:00</published><updated>2007-09-26T14:12:26.815-07:00</updated><title type='text'>Meglio tardi che mai 1: "Lunar ParK" di Brett Easton Ellis (di Fabio Orrico)</title><content type='html'>Questa e quella che segue sono due recensioni scritte per il quindicesimo numero della rivista "Scrittinediti"  (www.scrittinediti.it), numero che, come i nostri affezionati lettori sanno, non ha mai visto la luce. Pensando di fare cosa gradita soprattutto all'estensore dei pezzi ve li proponiamo sulla Discarica. Buon pro vi facciano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bret Easton Ellis è, secondo chi scrive, uno dei più grandi scrittori viventi. Parte della sua eccezionalità sta nel riprendere costantemente un mondo narrativo così riconoscibile da poter essere definito “di maniera”, e nel saperlo sempre reinventare, escogitando derive e luoghi del racconto, assolutamente inaspettati. Questo valeva per Le regole dell’attrazione, corollario polifonico all’esordio stilizzato e scontroso di Meno di zero e, soprattutto con American Psycho e Glamorama (probabilmente il suo capolavoro), puntualissime e impietose sintesi dei tempi, narrazioni grottesche atroci esilaranti spaventose come in effetti e purtroppo sono i tempi che viviamo.&lt;br /&gt;Con Lunar Park, Ellis si spinge, se possibile, ancora più in là. Le ragioni che fanno di Lunar Park un libro straordinario sono diverse. Proviamo a elencarle.&lt;br /&gt;Lunar Park è scritto da dio (immaginiamo che la traduzione di Giuseppe Culicchia abbia il suo peso): e questa è la più scontata.&lt;br /&gt;Lunar Park riesce, nell’arco di trecentotrenta pagine, a divertirci, a spaventarci e a commuoverci.&lt;br /&gt;Lunar Park riesce, nell’arco delle stesse trecentotrenta pagine, a inanellare registri di scrittura diversi e apparentemente incompatibili, riuscendo nell’impresa folle di farli convivere senza nessun fastidio. Siamo ben aldilà del concetto di “contaminazione tra generi”.&lt;br /&gt;Tutto questo non è poco.&lt;br /&gt;La storia, in breve. Il famoso scrittore Bret Easton Ellis, dopo anni sesso, droga e successi letterari macinati a ritmi insostenibili, decide di mettere la testa a posto. Si sposa con una sua vecchia fiamma, la stella del cinema Jayne Dennis, dalla quale ha avuto un figlio negli anni della sua giovinezza dissipata e col quale tenta, a fatica, di costruire un rapporto e va a vivere con loro due e con la bambina più piccola che la donna ha avuto da un’altra relazione in una villa a Elsinore Lane. Bret ce la mette tutta per essere un buon padre e un buon marito (la descrizione di questi tentativi è esilarante) ma le vecchie intemperanze e gli irrinunciabili vizi, complice anche una festa di halloween organizzata dallo scrittore medesimo, non tardano a riaffiorare. Ma questo sarebbe il meno. Giorno dopo giorno all’interno di casa Ellis, si accumulano inspiegabili incidenti, i mobili cambiano posizione, i pavimenti sono continuamente e inspiegabilmente sporchi di cenere. E ancora: alcuni bambini, rampolli della Elsinore Lane più in vista scompaiono. E ancora: un misterioso serial killer comincia a mietere vittime imitando in tutto e per tutto le gesta di Patrick Bateman in American Psycho. E su tutto questo si staglia l’ombra di Robert Ellis, padre di Bret, il cui ricordo pervasivo e immanente è il motore narrativo su cui viaggia Lunar Park. E proprio nella figura paterna desiderata e ripudiata sta la cifra di questo grande romanzo che è, prima di tutto (e prima ancora di quell’omaggio all’amato Stephen King che Ellis confessa in tutte le interviste), una storia di padri e figli, di affetti perduti e di lancinanti rimpianti.&lt;br /&gt;Un’ultima annotazione: le ultime due pagine del libro sono tra le cose più belle che abbiamo letto da almeno un anno a questa parte: da sole valgono il prezzo del volume. Non perdetelo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-8707310434602271438?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/8707310434602271438/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=8707310434602271438' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/8707310434602271438'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/8707310434602271438'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/09/meglio-tardi-che-mai-1-lunar-park-di.html' title='Meglio tardi che mai 1: &quot;Lunar ParK&quot; di Brett Easton Ellis (di Fabio Orrico)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-6181237946237172285</id><published>2007-09-24T01:56:00.000-07:00</published><updated>2007-09-24T02:43:03.369-07:00</updated><title type='text'>Sotto la quercia. Riflessioni a partire da “L’ombra di Heidegger”, di José Pablo Feinmann (di Simone Cerlini)</title><content type='html'>Siamo nel 1948. Dieter Müller scrive una lettera a suo figlio Martin, in cui gli racconta la propria adesione al nazismo, il ruolo di Heidegger in questa scelta, il proprio senso di colpa. E si spara un colpo. Il figlio anni dopo cerca le proprie radici nella baita di Todtnauberg, per portare al Maestro la domanda che lo ha macerato: “Cosa pensa, lei, di fare?”.&lt;br /&gt;Si dice che “L’ombra di Heidegger” è un libro sulla compromissione di Martin Heidegger, il più grande filosofo tedesco del secolo scorso, con il nazismo. Si scrive che “L’ombra di Heidegger” è un libro sul rapporto tra filosofia e politica. Di questo si parla. Di questo noi non diremo. “L’ombra di Heidegger” è un libro sul radicamento. Sul riconoscersi. Sulla tragedia dell’identità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Domani pioverà a Friburgo”&lt;br /&gt;A Dieter Müller un giovane studente regala “La nausea”di Sartre, che si chiude con le parole “Domani pioverà a Bouville”. Dieter si interroga a lungo su quel finale: “L’uomo, nelle cose, decifra il futuro. Ma solo quando vi è radicato. Domani apriva l’orizzonte dell’oltre. E domani pioverà a Bouville esprimeva la saggezza del radicamento.”&lt;br /&gt;Martin Müller, dopo l’incontro con Heidegger, fa i conti con il proprio passato e lo supera, con un piccolo gesto di rassegnazione e speranza. La sua ricerca è giunta ad un punto. E’ a Friburgo. La città in cui è nato, e che ha abbandonato nel 1943, seguendo il padre in fuga, per fare dell’Argentina il proprio paese. Pensa: "Domani pioverà a Friburgo”.&lt;br /&gt;“L’ombra di Heidegger” si chiude con un richiamo al radicamento e illumina un senso nuovo attraverso il quale leggere le sue pagine: la ricerca dell’identità. La saggezza del radicamento, che apre il domani, apre un oltre, è la consapevolezza della propria identità. E tale consapevolezza è tragica. La tragedia non è la lotta tra bene e male, tra giusto e ingiusto, ma tra due giustizie. Tra Creonte e Antigone: questa è, lo scontro tra due legalità vere. La ricerca senza scuse di ciò che siamo può metterci di fronte alla difficile accettazione di noi stessi. Dieter Muller si dà la morte. Martin Heidegger sceglie il silenzio. Non si può chiedere scusa per ciò che siamo. Ci si può elidere, annientare. La grandezza del pensiero di Heidegger, che lascia senza fiato, tramortisce, è la lucida visione, senza filtri, dell’autentico. Leggere Heidegger costringe, interrogandosi sull’Essere, a guardarci in faccia, cancellando l’inessenziale, la chiacchiera, la presenza degli altri in noi, e dunque arrivando alla radice, ad una vergognosa nudità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Tutto ciò che è grande è nella tempesta”&lt;br /&gt;Quelli di noi che hanno sentito risuonare la filosofia come eco, che ne hanno riconosciuto la profonda inerenza con ciò che c’è di più profondo e proprio, hanno incontrato queste parole o il senso che ad esse soggiace. Parole che segnano l’inerenza di verità e lacerazione, libertà e conflitto, intensità e morte, autenticità e tempesta. Sono le parole e il senso dell’affermazione della propria identità come non riconducibile a nient’altro, non assimilabile a nulla a costo della perdita di qualcosa di essenziale. Della vita come continua battaglia. Paradossalmente sono le parole, pronunciate dal Maestro nel Discorso di Rettorato, che hanno convinto Dieter Müller ad aderire al nazismo.&lt;br /&gt;“Lo spirito conquista la sua verità solo quando è capace di trovare se stesso nell’assoluta lacerazione”, ci dice Hegel. “Tutto ciò che è grande è nella tempesta”: la conquista dell’autenticità sta nel pericolo, nella guerra. E contro chi è questa guerra? Contro il capitalismo mercantilista che dimentica il vero essere nel possesso delle cose, e contro la massificazione bolscevica che riduce il tutto ad un’unica visione del mondo, ad una sua immagine predigerita e attentamente predisposta, dunque uguale per tutti. Eppure. Eppure quelle parole sono le parole delle minoranze. Sono le parole che rafforzano i vinti, gli esclusi, i freaks, che ricercano e affermano se stessi contro tutto e tutti, con il coraggio della propria identità. Che affermano la propria differenza contro le anime grigie del generico “si”: si dice, si fa, si pensa. Se quello era il nazismo noi siamo nazisti. Se il nazismo di Martin Heidegger è la ricerca spregiudicata e senza compromessi dell’essenziale, che è singolo per ognuno, allora siamo nazisti come Martin Heidegger.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Cosa pensa, lei, di fare?”&lt;br /&gt;Esiste una minoranza di esuli e liberi. Di uomini che si riconoscono per il non avere appartenenze. Che sanno che l’essere esclusi parte da un senso forte di comunità e destino, e dunque il senso di comunità e destino rifiutano. Che si avvicinano perché sentono a tal punto brutalmente la propria solitudine da farne un principio di similarità e aggregazione. Per loro “tutto ciò che è grande è nella tempesta”. Accade poi che nel Discorso di Rettorato Heidegger parli di comunità e destino. Parli anzi di comunità nazionale. Lì si intuisce per Feinmann il senso del tradimento, dell’essere intrinsecamente marcio nella scelta del Maestro. Lì c’è un discorso politico, non più ontologico, né esistenziale. La ricerca dell’autenticità vuole farsi pensiero forte e tradisce se stessa. Vuole affermare la volontà di una maggioranza. Se l’ontologia fondamentale di Heidegger era il metodo per indagare l’Essere, il riconoscere il fondamento nella terra e nel sangue ne è stato un esito. Diciamo un esito. Uno dei possibili. La verità si dà come evento. La politica non lo può accettare. Essa organizza e orienta le volontà per darsi una norma comune. La politica può accettare un minoranza organizzata, non un minoranza di individui accomunati dal non avere nulla in comune. Una politica che non ammalia i suoi elettori, che non li trascina, che non li organizza è una politica destinata al fallimento. La politica è puttana o violenta. Non si danno alternative. E Heidegger, nel discorso di Rettorato a Friburgo, è stato puttana, è stato violento. Martin Müller in faccia al Maestro gli chiede conto. Dov’era l’autenticità del suo schierarsi? Il suo pensiero si è piegato alla paura e all’obbedienza? O è la sete di potere, l’arroganza e l’ambizione che lo hanno spinto a cavalcare la retorica nazista? Gli chiede conto. Lo fa in virtù della morte del padre Dieter, suicidatosi per il senso di colpa dell’essere stato strumento del nazismo hitleriano, dello sterminio di massa, della violenza sistematica, dell'annullamento degli individui. E ancora chiede conto a noi. Quanto siamo autentici nel nostro aderire? Fino a dove si spinge la nostra complicità? O più tragicamente, se scoprissimo che l’essere autentico è causa di ingiustizia e sopraffazione: “Cosa pensiamo, noi, di fare?”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Viveva come su di un ciglio”&lt;br /&gt;In questo rischio siamo chiamati a vivere e a scegliere. Questa maledizione ci appartiene. E da questa comune maledizione non ci è dato sputare sentenze, né emettere giudizi. “L’ombra di Heidegger” vive in questo continuo ripiegamento, questo rischioso scrutare. Martin Heidegger era innamorato di una giovane studentessa ebrea, bella, con occhi scuri che scintillavano in modo travolgente. “Era la sua intelligenza che travolgeva, la sua passione, quel suo gettarsi a capofitto nella vita che si poteva spiegare solo se si comprendeva e si accettava che l’abitava una sete che non avrebbe mai saziato, che non le avrebbe dato tregua, che esercitava su di lei un potere oscuro e temibile: un pathos che avrebbe potuto annichilirla, oppure dare uno spessore inconsueto a ciascuno dei suoi giorni. Viveva come su di un ciglio”. Quella donna era Hannah Arendt. E ci sollecita a non avere paura. A vivere, con lei, come su di un ciglio.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-6181237946237172285?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/6181237946237172285/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=6181237946237172285' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/6181237946237172285'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/6181237946237172285'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/09/sotto-la-quercia-riflessioni-partire-da.html' title='Sotto la quercia. Riflessioni a partire da “L’ombra di Heidegger”, di José Pablo Feinmann (di Simone Cerlini)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-3393156458338070327</id><published>2007-09-15T13:03:00.000-07:00</published><updated>2007-09-25T13:56:30.756-07:00</updated><title type='text'>Consumare (di Ratto Bastardo)</title><content type='html'>Giorni bui passati in sale piene di cinefili signore veneziane giornalisti seri giornalisti meno seri chi di cinema ci vive chi di cinema vorrebbe vivere chi di cinema fa finta di vivere. Gente famelica con l’imperativo categorico di vedere immagazzinare e commentare. I turisti del cinema sono come quelli delle città, divorati dall’ansia di perdersi qualcosa che verrà loro descritto come imprescindibile da altri turisti, terrorizzati dall’idea di non aver capito, di non aver colto, di non aver afferrato visto immagazzinato digerito e commentato. Teorici dell’etichettatura. Bramosi di cogliere il significato fondamentale, di sputare la propria originalissima rielaborazione del prodotto appena consumato per poi ripartire consumare risputare. Incapaci di attendere il tempo giusto della sedimentazione, della riflessione, del connettere significati. Incapaci di digerire come adolescenti anoressiche terrorizzate dall’idea che il cibo si fermi nel corpo per trasformarsi in altro e depositarsi. Consumo e vomito quello che ho consumato: coazione a ripetere postmoderna in un presente assoluto. Quello che avviene in platea è assolutamente speculare a quello che avviene sullo schermo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La nostra giuria personale seleziona questi tre titoli, per motivi completamente diversi. Andate a vederli. &lt;br /&gt;Brian De Palma “Redacted”&lt;br /&gt;Kenneth Branagh “Sleuth”&lt;br /&gt;Ken Loach “It’s a free world”&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-3393156458338070327?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/3393156458338070327/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=3393156458338070327' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/3393156458338070327'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/3393156458338070327'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/09/consumare.html' title='Consumare (di Ratto Bastardo)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-1427771332922303070</id><published>2007-09-15T03:23:00.000-07:00</published><updated>2007-09-25T13:55:39.502-07:00</updated><title type='text'>Dio non ha mai parlato: su "La strada" di Cormac McCarthy (di Fabio Orrico)</title><content type='html'>Un uomo e suo figlio attraversano un'America distrutta da un'ultima, imprecisata e terminale catastrofe. Attorno a loro non esiste più un paesaggio, non esistono più colori, luce, non esiste nemmeno un obiettivo o una meta che diano senso a un qualsiasi orizzonte. Questa la sinossi e l'impressionante scenario dell'ultimo, grande libro di Cormac McCarthy, La strada.&lt;br /&gt;Ormai Cormac è stato canonizzato dall'ayatollah della critica USA Harold Bloom come un classico vivente e, nella schiera dei grandi americani (ai soliti Roth, De Lillo, Pynchon, io aggiungerei anche il talento imprendibile e mutante di Joyce Carol Oates) si segnala per essere il più radicale. La sua musa è spietata e antichissima e se il suo genio si è evidentemente abbeverato alla fonte di Faulkner e della O'Connor noi non possiamo fare a meno di veder brillare dietro la lussurreggiante crudezza della sua prosa il più grande dei libri, quel Qoelet i cui versi informano tutta l'opera di questo amatissimo autore. &lt;br /&gt;Dopo la trilogia del confine (Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianura) e il noir Non è un paese per vecchi (già tradotto per il grande schermo dai fratelli Cohen anche se come minimo ci sarebbe voluto Sam Peckinpah e comunque la curiosità è forte), La strada riannoda ai capolavori dello scrittore di El Paso, Il buio fuori e lo sterminato allucinato sanguinoso lirico affresco di Meridiano di sangue, probabilmente il più potente e controllato fra i suoi libri. &lt;br /&gt;Anche adesso come allora un viaggio senza speranza ma con una sostanziale novità. Se l'eterna scorreria di Meridiano di sangue era praticamente dominata dalla statura di un personaggio insieme satanico e shakespeariano come il giudice Holden, in La strada McCarthy inserisce uno sfondo di tenerezza a cui non ci aveva abituato (a parte qualche eco della storia d'amore fra John Grady Cole e Alejandra in Cavalli selvaggi). Padre e figlio, archetipici vagabondi che viaggiano per introdurre il fuoco nel nuovo mondo senza dei, possono contare solo sul loro reciproco amore. Tra Melville e l'Ecclesiaste vediamo spuntare l'ombra del dialogo fra Achille e Teti nel primo libro dell'Iliade. &lt;br /&gt;Percorso dalle frasi implacabili di Cormac, La strada é il viaggio dei due protagonisti fra i resti di una terra di cenere. Non c'è progressione drammatica che non sia interiore e, in fondo, non ci sono colpi di scena. Il mondo di McCarthy è dominato dalla morte e questa inedita tenerezza non è gratuita ma persa in un labirinto in cui l'uomo è bestialmente lupo al suo prossimo. la fantascienza dei sopravvissuti, quella dei Matheson e, al cinema, di Romero, tocca qui vertici di profondità metaforica abbagliante. Adesso la pianto. L'entusiasmo mi rende molesto. E comunque con McCarthy non si può propriamente parlare di entusiasmo. A meno che l'entusiasmo non comprenda anche il dolore. Un libro meraviglioso.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-1427771332922303070?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/1427771332922303070/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=1427771332922303070' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/1427771332922303070'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/1427771332922303070'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/09/dio-non-ha-mai-parlato-su-la-strada-di.html' title='Dio non ha mai parlato: su &quot;La strada&quot; di Cormac McCarthy (di Fabio Orrico)'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2056834341997497297.post-8350309819699444705</id><published>2007-09-05T10:13:00.000-07:00</published><updated>2007-09-05T10:22:12.581-07:00</updated><title type='text'>Benvenuti</title><content type='html'>Benvenuti su queste pagine,&lt;br /&gt;questa è la versione 2.0 del sito www.scrittinediti.it, rivista online nata nel 1999 e morta ufficialmente nel 2006. il nucleo storico della rivista si è trasferito su questo blog con l'idea di proseguire il discorso già iniziato e aggiungere qualcosa di nuovo.&lt;br /&gt;Il discorso già iniziato prevedeva la pubblicazione di testi narrativi e poetici di autori inediti e non, la proposta dei lavori di artisti contemporanei e intervistare scrittori che sentivamo particolarmente vicini.&lt;br /&gt;Il qualcosa di nuovo prevede la voglia di interrogarci su cosa ci circonda, l'esigenza di far saltare steccati fra generi (non solo letterari), la volontà di essere trasversali a tutto, di farci attraversare da tutto.&lt;br /&gt;Per un po' questo sito rimarrà come è ora, decongestionato e desertico. Diciamo che ci stiamo organizzando. Tra poco nuove voci e nuove storie. A presto. nell'attesa di bruciare tutti nella stessa fiamma.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2056834341997497297-8350309819699444705?l=ladiscaricadellestorie.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/feeds/8350309819699444705/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2056834341997497297&amp;postID=8350309819699444705' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/8350309819699444705'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2056834341997497297/posts/default/8350309819699444705'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ladiscaricadellestorie.blogspot.com/2007/09/benvenuti.html' title='Benvenuti'/><author><name>Fabio Orrico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01588043051221422755</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>5</thr:total></entry></feed>
